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Giovedì, 11 Giugno 2015 06:52

Sull’introduzione agli Al-Mazahiru-l-Ilayyaħ di Mollā Şadrā(1)

Sull’introduzione agli Al-Mazahiru-l-Ilayyaħ di Mollā Şadrā(1)
Il testo che qui vogliamo segnalare ed esaminare, è l’introduzione in lingua persiana, di Sayyid Muĥammad Ķhāmeney, fratello della Guida dei Musulmani, Sayyid Alì Ķhāmaney, alla pubblicazione dell’originale arabo di un’opera capitale di Mollā Şadrā, Al Mażāhiru –l-Ilahiyatu fyi-l-ºulūmi-l-Kmāliyyaħ (“Le manifestazioni divine nei segreti delle Scienze perfettive”) Non è peraltro di quest’ultima opera, quantunque fondamentale, che vogliamo qui occuparci.

 

 Sebbene ad essa faremo riferimento, in rapporto alle considerazioni che la concernono, contenute nel testo suddetto. Riguardo al quale, non dobbiamo certo farci ingannare dal fatto che si tratti di un’introduzione. Più che tale semplicemente, essa costituisce in effetti un’opera a sé stante, peraltro ancor più lunga del testo al quale essa si riferisce, testimonianza del grande sapere del nostro autore, che fa del nostro autore uno dei massimi esponenti della corrente sadriana di pensiero e conoscenza nel mondo islamico contemporaneo.

 

In effetti, questo scritto è di assai largo respiro, trattando in primo luogo, in generale, delle origini del pensiero discorsivo ed argomentativo, in senso stretto la cosiddetta “filosofia”, termine usato peraltro anche in arabo ed in persiano, ma a nostro avviso di cui avvalersi solamente per traslato, non in senso proprio; per tacere degli effetti riprovevoli che l’ignoranza dell’antica lingua ellenica può produrre sul pubblico contemporaneo, ignaro talvolta suo malgrado.

 

 Fatto sta che, nell’esposizione del nostro autore, a nostro modesto avviso peraltro irreprensibile, la radici del pensiero argomentativo sono tutt’altro che tali. In effetti, possiamo distinguere, a questo medesimo riguardo, due aspetti e due differenti dimensioni, l’una delle due subordinata all’altra. La prima dimensione essendo quella di stretta pertinenza della conoscenza presenziale ed identitaria, ovverosia immediata, in un significato affatto trascendente ed eminente.

 

 Nel senso che essa conduce da ultimo, siccome recita lo stesso Mollā Şadrā, sulla scorta della corrente Platonica, dallo stesso Platone a Plotino, e prima ancora Parmenide, con una linea che riporta all’antecedenza presenziale, ad un’identità tra conoscente e conosciuto, procedente per gradi, che sono gli stessi livelli dell’esistenza, sino ai fastigi stessi dell’essere, con la sua identità semplice e distintiva, e la sua Identità Suprema compiutamente risolutiva.

 

 È questa in effetti la radice prima, peraltro voluta o non voluta, accettata o non accettata che essa sia, del pensiero razionale, argomentativo, e discorsivo in senso lato, il quale giammai potrà darsi, a prescindere da assunti di per sé stessi evidenti, a vari livelli che ciò avvenga, dalla mera sensibilità corporea, sino ai fastigi stessi della trascendenza, i secondi dei quali saranno definitivi, a dispetto della pretesa di considerare i primi come tali, e non derivati.

 

 Nel senso che, tanto per intenderci, una qualsivoglia definizione discorsiva, radice di tutto il resto, presupporrà o due termini equivalenti al definito, l’uno dei quali circoscriva l’altro, oppure un equipollente più noto. La qual cosa, al fine di evitare un circolo vizioso, od una sequenza indefinita la quale non porterebbe a nulla, anche dato che potesse sussistere, non può concludersi se non con un’evidenza, con un termine in greco antico detto ”apodittico”, vale a dire, dal quale abbia a procedere tutto quanto il successivo dimostrare.

 

Termine il quale a sua volta, conclusa che se ne sia l’ascesa siccome principio primo, non potrà essere negato, com’è per l’ente, o l’essere riflessivo e reduplicativo, vale a dire, “essere che è”, secondo la nota espressione di Parmenide, dai suoi frammenti pervenutici, ripresa da Platone e da Plotino, la cui negazione comporta ancora l’essere, dato che il nulla, appunto sua negazione, appunto non è, cedendogli dunque a sua volta il campo.

 

 Quest’evidenza procede peraltro, come dicevamo, di livello in livello, da quella inferiore delle mere percezioni sensibili, sino ai “trascendenti”, o “trascendentali”, i quali nulla hanno a che vedere con le forme soggettive della percezione sensibile, come pretenderebbe Kant. Che ignorava quasi del tutto il pensiero tradizionale, nella fattispecie la Scolastica, avendone un qualche sensore per il tramite della concezione deformante wolfiana, di matrice protestantica, vale a dire, arbitraria e soggettiva, a dispetto di tutte le pretese.

 

 Avremo pertanto tutta una successione ascendente di conoscenze presenziali, grazie alle quali il conosciuto viene trasposto di livello in livello nell’identità del conoscente stesso, sino all’articolazione nominale, vale a dire, delle qualità superne trascendenti dell’essere puro infinito, semplice e distinta nel contempo, ed in quell’identità Suprema dell’essere compiutamente risolutiva, semplicemente semplice, ed infinitamente infinita.

 

 Dove facciamo riferimento, dicendo di “conoscenza presenziale”, alla distinzione, peculiare alla sapienza islamica, essendo implicita in ogni dove del pensiero tradizionale, tra “conoscenza presenziale”, e “conoscenza consecutiva”, vale a dire, argomentativa. Dov’è da rilevarsi che la prima, sino al suo risolversi superno e supremo, nel quale ultimo non le sarà più dato di sussistere, si avvarrà pur sempre dell’ausilio della ragione, vale a dire del conseguimento e dell’argomentazione, la qual cosa le dà in effetti il giusto valore.

 

 Questo assunto dà peraltro ragione della manchevolezza delle pretese leggi aristoteliche dell’argomentazione e del discorso, la cosiddetta “logica”, aggettivo derivato da “logos”, “verbo”, o più banalmente, “discorso”. Laddove esse non si fondano su di un principio originale, quale era in definitiva quello della trascendenza platonica, lo “autò”, detto secondariamente “idea”, il più delle volte impropriamente, con un riferimento meramente mentale, il che ha dato origine agli abusi di Heidegger.

 

 Ma fondandosi invece su di alcunché di derivato, di secondario, che conduce indebitamente dalla molteplicità contraddittoria all’unità non contraddittoria, in opposto a quella che dovrebbe essere invece la via retta, vale a dire, dall’unità trascendente complessiva, alla molteplicità in sé dispersiva ed apparentemente incoerente. Senza tener conto del caso in cui, di converso, si ascenda sì, ma mercé di una previa discesa, che dà il suo senso all’ascesa stessa, rendendola peraltro possibile, da velleitaria che era nel caso opposto.

 

Dov’è anche da osservarsi, che nessuno giammai, se non parzialmente, com’è avvenuto per gli Scolatici, si è avvalso di queste leggi, come avveniva nella fattispecie per Socrate e Platone che, siccome dicevamo, a tutt’altro fanno riferimento. Dove lo stesso Mollā Şadrā se ne avvaleva nelle argomentazioni negative, pagando un tributo ai suoi avversari aristotelici, per tacere poi di tutte le immaginazioni moderne sulla presa pluralità arbitraria delle “logiche”, enunciata da Gödel suo celebre “teorema”, peculiare di chi ha del tutto perduto ogni qualsivoglia riferimento trascendente.

 

 Questo medesimo principio trascendente, dove vale la pena osservare che la sua trascendenza nulla ha a che vedere con l’alterità esistenziale, o legislativa, la cosiddetta “eteronomia”, ma con l’identità eminente che traspone di livello in livello le realtà inferiori, identificandosele come il loro stesso sé; questo principio, assunto al suo livello massimo, deve essere universale, concernendo nella fattispecie, come inclusivo dell’insieme delle realtà processive derivate, anche lo stesso pensiero discorsivo, dandogli il suo giusto valore.

 

 Il quale pensiero argomentativo in ogni caso, anche in quello di una sua scorretta assunzione, verrà sempre a riferirvisi, seppure per mera negazione od alterazione, le quali abbiano inevitabilmente a supporre un alterato od un negato, non potendosi sostenere di per sé, per via della sua negatività, che comporta un inevitabile riferimento. Questo in effetti, sia laddove se ne abbia, od anche laddove non se ne abbia invece nessun sentore, a dispetto di tutte le pretese speciose di farne invece ad alcunché di originale ed indiscutibile.

 

 Avvalendocene dunque nella sua universalità, sarà peraltro opportuno osservare com’è questo medesimo principio verrà a riferirsi, nella sua natura onnicomprensiva e trascendente, in primo luogo alla funzione eminente del palesamento delle qualità superne e supreme, essendo peraltro questo, siccome dice l’Imam Ķomeynī nella sua Mişbaĥ, il suo ufficio precipuo, previo alle sue successive derivazioni, sia esistenziali, sia giuridiche. E qui, per non ingenerare confusioni, sarà opportuno introdurre alcune osservazioni ulteriori.

 

 La sequela del palesamento della trascendenza potrà in effetti concernere l’ambito più distintamente intellettivo, parte di quello esistenziale, nel senso di procedere, dal suo domino esistenzialmente eminente, a quello dell’eminenza rappresentativa, radicata nella distinzione dell’essere e nella sua univocità. Per cui ogni essere, finito o no che esso sia, viene allora ad includere ed a rappresentare ogni altro essere, in un modo esplicito od implicito, oppure pervenendo, o non pervenendo all’attuarsi del suo stesso essere, vale a dire, di quella sua eminenza, rappresentativa o produttiva del suo stesso mondo.

 

 Questo in virtù di un’inerenza a vari livelli, che è quella che dà origine appunto, in un senso inferiore, ma certo non ancora infimo, allo stesso dominio discorsivo ed argomentativo, ivi incluso la cosiddetta “filosofia”. Ed è con queste nostre osservazioni, che abbiamo voluto esporre quello che erra l’intento del nostro autore, di riallacciare il pensiero, nei suoi vari significati possibili, al principio del Vaticinio, in tutta la sua eminenza, e della conoscenza presenziale, la quale ad esso immediatamente viene a riconnettersi.

 

 Tutto questo avrà luogo nei confronti sia di quello che è l’ufficio creativo discendente, il quale stabilisce tutte quante le realtà inferiori, processive e derivate, sia dell’arco ascendente della funzione reintegrativa, o per dirla altrimenti, di quella iniziatica, per cui il creato, dato che sia in quanto tale, in tutti i suoi gradi, trasponendosi nei vari livelli dell’essere, farà ritorno al suo principio, grazie ad un moto che ne concerne l’essere stesso trascendente e complessivo, in tutti i suoi vari aspetti, sempre mercé del tramite del Vaticinio.

 

 Vale a dire, che questo moto, “essenziale” secondo la definizione di Mollā Şadrā, ne riguarderà la realtà tutta, non solamente la quiddità, nel senso della generazione e della corruzione, in riferimento ai vari livelli dell’essere. Nel senso del trasporvisi in virtù di quell’essere che la fa risalire senza mutarla, di livello in livello, dato che esso, in quanto perfezione assoluta, ovvero “simplex”, non quella legata invece ad una qualche condizione limitativa, secundum quid, non sia sottoposta a limite, com’è invece per queste ultime, che si annichilano invece col superarlo, nel verso superiore od inferiore.

 

 Tra le due, l’ufficio e la realtà del Vaticinio, il quale manifesta al creato, prodotto per suo tramite, la sua stessa realtà originale, efficiente, riproponendogliela siccome il suo stesso fine. Questo in rapporto alla sua funzione giuridica, strumento appunto di questa medesima reintegrazione, nel senso della sua eminenza e centralità significativa, la quale costituisce la formalità conoscitiva della sua sostanza esistenziale, nella loro semplicità distintiva superna, che viene quindi a discernersi nella successiva discesa esistenziale.

 

 Ora, come appunto stabilisce il nostro autore, il pensiero viene appunto ad essere radicato in quella realtà adamica primordiale, detentrice dei nomi esemplari, come recita il Sacro Corano, II, 31, supposito della luce muhammadica primordiale, a sua volta scaturigine immediata di Quella Divina, “Luce su luce”, XXIV, 35. Che ne rende pienamente conto, attestandone a sua volta la radice primordiale eminente, la quale ne riguarda direttamente la progenie genuina sotto il riguardo del pensiero, e mediatamente, per negazione ed alterazione, i sottoprodotti spuri del tralignamento.

 

 La conoscenza adamica, raggio di quella muhammadica, irradiazione a sua volta di Quella Divina, seppure Tale solo impropriamente, è dunque, per il tramite della conoscenza presenziale, la radice del pensiero discorsivo, nella fattispecie, della cosiddetta “filosofia”. Vocabolo il quale peraltro viene ad esprimere, inteso che esso venga alla lettera, in virtù della sua originaria notazione, molto di più di quello che non potrebbe sembrare invece a prima vista, nulla avendo a che vedere con i facili abusi successivi che lo riguardano.

 

Giacché “filosofia” significa l’amore, o più correttamente, l’“amicizia”, cioè “filia” in greco antico, non certo nei confronti di una conoscenza banale qualsivoglia, ma invece per quella suprema, per la “sofia”, o sapienza, vale a dire, secondo San Tommaso d’Aquino, per la conoscenza “per causas altissimas”. Il che viene a significare l’amore e la dimestichezza per quella superna, oltre che per quella valida, presenziale, da essa derivata a vari livelli, non certo per ogni suo qualsivoglia sottoprodotto menomato e caricaturale.

 

 Com’è che invece pretenderebbero taluni, che interpretano grossolanamente il detto celebre del Nunzio divino “Andate a cercare la scienza anche in Cina”, significativamente non in Inghilterra, all’origine dei successivi tralignamenti, né la scienza satanica di Harut e Marut a Babilonia, S. C., II, 102. Tanto da andarsene a cercare la loro pretesa scienza tra gli abomini luciferini della barbarie dissolutiva americana ed europea contemporanea, chiudendo invece gli occhi davanti ai depositi sapienziali rivelati e tradizionali.

 

 Dato che anche qui, così come in ogni altro campo, sia possibile distinguere ciò che è autentico, dalla sua contraffazione e caricatura, il che ha sempre la sua radice nella dottrina dei livelli dell’essere, il cui insieme ne include anche la limitazione difettiva e l’inversione dissolutiva. Dicevamo dunque, che il nostro autore afferma correttamente che il pensiero, o la “filosofia”, sia quello valido, sia quello che tale non è, è radicato nella conoscenza adamica ed in quella presenziale, che sono a loro volta irradiazioni di quella muhammadica.




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