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Domenica, 02 Novembre 2014 05:28

Kerbala (seconda parte)

Kerbala (seconda parte)
L’Imam Husayn (Hussein o Hussain) che la pace sia con lui (As oppure A), vivo nel cospetto di quel Dio Unico di cui egli è un Waly, uno degli intimi, degli approssimati, in virtù della dignità e della funzione che ci viene dato di ravvisare individuando la ragione sufficiente ed i tratti peculiari dell’Ashura, assurge al rango di archetipo della figura del martire, carattere che gli viene riconosciuto dalla tradizione sciita con l’appellativo di “Signore dei Martiri” (Seyyed al-Shuhada) comunemente attribuitogli.

Con ciò nulla si vuole togliere, è ovvio, al sacrificio di tutti gli altri Intimi di Dio (giacché tutti gli Imam successori del Profeta (S), tranne il XII°, vennero martirizzati), e di tutti gli altri credenti a cui sia concesso il privilegio di seguirli su questa via. Solo che il martirio, unico nella sua essenza, è individuato dalle circostanze obiettive e soggettive che lo inverano nella realtà effettuale e della concretezza storica, e delle dimore paradisiache di luce e di gloria.

Ora, da un punto di vista soggettivo, quel che lo determina e qualifica è indubbiamente il rango spirituale della persona del martire. Dal che risulta palese l’immenso valore e l’incomparabilità con le nostre misure ristrette, del sacrificio di tutti gli intimi di Dio che da Alì (as) al XII° Imam dimostrarono, a prezzo della propria vita, la loro dedizione a quella Walayat muhammadica di cui essi erano, e sono, i garanti e i continuatori. E’ certo più gradito a Dio ciò che ha maggior valore perché Gli è prossimo e più risplende della Sua Luce, ed è così che il sacrificio del Suo Waly assume un valore eminente al Suo cospetto, ed incommensurabile per noi. Ma d’altro canto, è pur vero che le circostanze obiettive del martirio di Husayn (A) lo rendono unico ed incomparabile. Crediamo che la cosa sia palese per chiunque abbia un minimo di conoscenza di quelle vicende che qui oggi, da noi e tra noi, vengono commemorate. Giacché, quanto più esse sono gravi e tremende, e persino infamanti per l’Imam e la sua gente, tanto più risalta per contrasto il fulgore di quella luce che si tentò allora, così come si tenta tuttavia, d’offuscare, e che si configura invece come il termine finale di questo tentativo empio, assurdo e vano, ma a suo modo provvidenziale, di capovolgere la natura stessa delle cose: lo splendore della gloria divina, e la luce dell’Islam, del suo Profeta (S), dei suoi Imam (A), e di tutti i credenti, non solo Sciiti, che ne siano in qualche misura partecipi.

Lo stesso orrore suscitato da questa immane tragedia, ivi inclusi i fatti che precedettero e seguirono l’uccisione dell’Imam (A) ed il quasi completo annientamento della discendenza del Profeta (S), l’usurpazione, le fellonie, le crudeltà, l’oltraggio ed il ludibrio non risparmiato ai superstiti ed al corpo stesso di Husayn (as) dagli scherani di un beone figlio di un fedifrago, tutto questo non fa in definitiva che dare maggiore lustro alla gloria dei martiri nella prossimità divina, ed esaltare ancor di più la purezza luminosa e perenne dell’Islam, a dispetto di tutti gli assalti interni ed esterni, di tutti i tradimenti, di tutte le prevaricazioni, di tutte le distorsioni, ed innanzitutto, delle umane debolezze e dei peccati degli stessi credenti. Tutto questo è destinato a perdurare sino all’avvento del Mahdi Atteso (AJ), che colmerà la terra di giustizia e d’armonia. Ma Dio sa pur sempre, nella Sua Sapienza e Potenza Infinite, volgere al bene l’opposizione tra bene e male, contro tutte le apparenze ingannatrici di questo nostro mondo.

Nell’aurea catena che va da Dio al Profeta (S), e da questi a Fatima (A) e agli altri 12 Purissimi, la stazione di Husayn (A) è dunque quella del martirio, che è pertanto il singolo carattere la cui forma compendia in sé, così come avviene per gli altri Imam, il riflesso della luce muhammadica che ne costituisce l’essenza intima. L’eroismo e il martirio sono dunque la nota dominante della sua natura propria, così come la gnosi in quanto porta che conduce ai tesori della conoscenza profetica lo è per Alì (A), la mitezza contemplativa dei puri di cuore per Hassan (A), il fiore fulgente della bellezza spirituale per Fatima (A), e la vittoria come termine finale di ogni jihad, di ogni sforzo, atto e carattere della Via di Dio, per l’Imam Mahdi (AJ). Il martirio di Husayn (A) va pertanto visto come aureo anello di questa mistica catena che procede da Dio e dal Profeta (S), da cui esso trae la sua dignità eminente, per terminare nell’Imam Occulto, nel Mahdi Atteso (AJ), nella cui vittoria finale essa culminerà. Ed è appunto su quest’ultimo legame che desideriamo brevemente soffermarci.

A nostro avviso, il martirio di Husayn (A) ha senso solo e soltanto in rapporto al trionfo finale dell’Islam, che verrà assicurato da Dio tramite l’Imam Mahdi (AJ). Sicché esso diviene a questa stregua premessa imprescindibile e garanzia preziosa di sicura vittoria. Ma questa stessa vittoria ha d’altro conto due aspetti, distinti sì, ma complementari ed inscindibili. Da un lato essa è la vittoria del singolo credente su sé stesso, sulle sue pulsioni inferiori, al termine della Via che lo conduce dall’illusione all’Essere, al Signore dei Mondi, che ha voluto effondere la Sua Grazia, le Sue Benedizioni sulla Comunità dei Credenti e sull’umanità intera, per il tramite del Profeta (S) e degli Imam (A), di Muhammad (S) e della sua Discendenza. Il martirio di Husayn (as) rappresenta a questa stregua l’archetipo stesso del Grande e del Piccolo Jihad, dello sforzo che riconduce l’uomo a Dio, e sotto questo riguardo esso è luogo privilegiato d’effusione di grazia e d’ausilio per tutti coloro che procedono sulla Sua Via. Questa è la sua funzione diretta, verticale, d’ordine squisitamente metafisico quanto al fine, ma necessariamente concreta, tangibile, quanto all’inizio del procedere.

Ma d’altro canto, questa ascesa personale al godimento dei frutti paradisiaci ed alla visione del Volto Divino, ha un necessario riscontro d’ordine storico e collettivo. La tragedia di Karbala ha come necessario corrispettivo storico la vittoria finale dell’Islam sulla miscredenza, che verrà assicurata dall’avvento dell’Imam Mahdi (AJ). Giacché la prossimità divina è la destinazione finale non soltanto del singolo, ma del mondo intero. E’ naturale che così sia. E’ sempre stato, e sempre sarà così, ma noi non ce ne avvediamo, ingannati dalle apparenze sensibili: il bene avrà ragione del male, l’essere dell’illusione, la verità dell’errore, perché così è e deve essere. Il martirio di Husayn (A) è pertanto la porta che si apre sulle due vie della salvezza e della vittoria, che in realtà sono un’unica Via, quella che conduce a Dio tramite il Profeta (S). La prossimità spirituale al Signore dei Martiri è pertanto la radice della prossimità a Dio e a Muhammad (S), che attuandosi col cuore, si invera inoltre nei dettagli della vita quotidiana sia personale che collettiva.

 

 

 

 

 

 

 

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