Questo sito e’ chiuso. Ci siamo trasferiti su: Parstoday Italian
Giovedì, 19 Febbraio 2015 07:16

Il concetto di “Ta’wil” nel Corano (1)

La parola Ta’wil deriva dal termine “a’wl”, ritornare, ritorno (infinito sostantivo, n.d.t.). Il Ta’wil di un versetto implicito è il suo “termine di ritorno”, ovvero il termine di riferimento a cui esso fa ritorno. Il Ta’wil del Corano è la sorgente dalla quale esso deriva la sua realtà. Per mancanza di una parola migliore, esso viene per lo più tradotto (specie nelle lingue occidentali, n.d.t.) come “interpretazione”, “interpretazione finale”, “fine”, sebbene queste parole non rendano appieno la sua autentica connotazione.

Si tratta di una parola che compare più volte nel Corano, ed è stato detto che il Ta’wil di un versetto è il fatto al quale esso si riconnette e si conforma, e che verrà in seguito manifestato (come gli eventi del Giorno della Resurrezione, che saranno conformi alle informazioni datene dai Profeti e dai Libri Rivelati, v. ad esempio VII, 52-53).

Ma questa spiegazione non è esauriente. Essa può applicarsi soltanto a quei versetti che illustrano gli attributi e gli atti divini, e descrivono gli eventi del Giorno del Giudizio. Ma molti altri versetti non concernono fatti che si manifesteranno in seguito: essi danno ordini, leggi, regole, e non informazioni, e pertanto non hanno fatti a cui conformarsi; anche quelli che enunziano una verità razionale evidente, come quelli che contengono insegnamenti morali, hanno tutti in sé medesimi il loro Ta’wil, e non rinviano ad eventi che dovranno in seguito verificarsi; così i versetti che narrano le storie dei Profeti e dei popoli del passato, il cui Ta’wil, o “termine di riferimento”, in tal senso, si è già verificato, e non dovrà manifestarsi nel Giorno del Giudizio. E ad esempio, il versetto VII 53, si riferisce all’intero Libro, ovvero alla sua “interpretazione finale” nella sua interezza. E’ evidente come il significato dianzi proposto del Ta’wil non possa venire applicato a questi ultimi casi perché, come si è già detto poc’anzi, esso è valido per una parte soltanto del Libro, e non per la sua interezza. Anche in X, 37-39, tanto per fare un altro esempio, il Ta’wil viene riferito all’intero Corano.

La precedente definizione potrebbe essere migliorata suggerendo che il Ta’wil sia il fatto reale dal quale il discorso dipende. Se il discorso contiene un’informazione, allora il fatto o l’evento menzionato sarebbe la sua “interpretazione”, e non ha alcuna importanza che gli eventi siano passati, come quelli dei Profeti e dei popoli del passato, o futuri, come nel caso dei versetti che descrivono gli attributi, i nomi e le promesse di Dio, e tutto quello che si manifesterà nel Giorno del Giudizio; e se esso promulga una legge, in tal caso sarà il beneficio che se ne trae a costituirne l’”interpretazione”. Ma anche questa spiegazione è insoddisfacente.

In primo luogo, in un caso siffatto, il beneficio dipende dal fatto che si esegua o no quel che si è ingiunto di fare. Simili benefici non hanno luogo per il semplice fatto di avere promulgato una legge. In altre parole, l’”interpretazione finale” è, in questo caso, un fatto reale che procede da un fatto reale, ossia dall’osservanza della legge. Pertanto, se è evidente che l’“interpretazione finale” è un fatto reale, ciò che ad essa fa ritorno, o piuttosto, per mezzo della quale essa si manifesta, è anch’esso un fatto reale, e non soltanto un’informazione o un ordine. Quando Dio ci dice che i versetti del Libro hanno un Ta’wil, un’“interpretazione finale”, ciò significa che essi narrano eventi reali (come ad esempio nel caso delle storie), o riguardano argomenti d’ordine pratico realmente esistenti (come nella promulgazione delle leggi), che a loro volta si riconnettono ad una loro interpretazione finale. Questa attitudine ad avere un Ta’wil diviene pertanto una proprietà non del discorso, ma della materia del discorso.



http://www.islamshia.org/sacro-corano/item/861-il-concetto-di-ta-wil-nel-corano.html

a

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna