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Lunedì, 01 Novembre 2010 07:23

Sulle origini dell'architettura islamica (seconda parte)

Solo negli anni più recenti la storiografia ha iniziato a sondare quel passaggio, così evidente, ma mai studiato, quale l'assunzione dell'eredità ellenico-cristiana da parte del mondo musulmano.
( seconda parte )

Se poi si guarda alla Moschea di al Aqsa, secondo edificio di Gerusalemme più che sacro all'Islam (che spesso dà il suo nome all'intero complesso monumentale, come nel caso del movimento terrorista di al Fatah, fondato da Marwan Barghouti con la piena approvazione di Yasser Arafat e denominato "Brigate dei Martiri di al Aqsa"), eretta al limite della spianata delle moschee a poche centinaia di metri dalla Moschea della Roccia e costruita da architetti arabi senza il contributo degli architetti bizantini pochi anni dopo, tra il 709 e il 715, per ordine del califfo Walid, figlio di Malik, si ha un'idea visiva del differenziale di civilizzazione che esisteva allora tra gli arabi musulmani e i cristiani.
Come si vede, benché sia successiva, questa moschea ha poco a che fare con la tradizione architettonica - e anche con l'audace e sottile linguaggio di spinte essenziali - della Moschea della Roccia degli architetti cristiani bizantini. La struttura esterna della Moschea di al Aqsa, costruita pochi anni dopo da architetti arabi, coevi di quelli bizantini, è quanto di più semplice e primitivo possa esistere: mura massicce, piccole feritoie-finestre, strutture portanti elementari. L'interno, bellissimo, si articola attraverso massicce e pesanti spinte, supportate da una successione di colonne e spessi muri portanti, di grande semplicità concettuale e di semplice tecnica costruttiva. Come tutte le moschee coeve di mano araba, essa riproduceva la struttura della casa del Profeta Maometto: un ampio cortile interno sahn, portici riwaq ai lati e sala di preghiera rivolta in direzione della Mecca, segnalata dalla qibla, la nicchia sul muro. Un abisso temporale e concettuale rispetto alla scienza, alla tecnica, al raffinato gusto della tradizione ellenistico-cristiana, che fecero della Moschea della Roccia un capolavoro di esili ma perfetti equilibri, armonie, slanci.
Oggi però possiamo misurare concretamente il debito che la civiltà islamica contrasse nei confronti dell'ellenismo e del cristianesimo anche guardando alle altre due moschee che pure ci vengono presentate come le più significative della civiltà musulmana.
La moschea degli Omayyadi di Damasco, che passa per essere tra i più preziosi doni dell'arte arabo-islamica all'umanità altri non è che una stupenda basilica romana edificata dall'imperatore Costantino per ospitare le reliquie di Giovanni Battista, poi ampliata in epoca bizantina. Lo stesso Califfo Walid la trasformò in moschea nel 715 d.C., conserevando al suo interno il tempio-reliquario del Battista (citato dal Corano e quindi accettato dall'Islam), ricoperta di mosaici da artigiani bizantini, svuotata dei suoi altari e convertita in moschea con la trasformazione di tre campanili in minareti, come ben si nota ancora oggi dal minareto chiamato “di Gesù”.
La slanciata raffinatezza estetica e tecnica delle moschee della Roccia e di quella degli Omayyadi erano così inafferrabili per gli architetti arabi dell'VIII secolo, che non poterono essere imitate né usate come modello per l'architettura sacra islamica nonostante l'enorme prestigio spirituale ed artistico da sempre riscosso nella umma.
Così non è stato, invece, per un'altra importantissima moschea, Aga Sophìa, Santa Sofia di Istanbul, nota per la sua gigantesca cupola, apice dell'architettura bizantina, anch'essa eretta dall'imperatore Costantino, in seguito modificata dall'imperatore Giustiniano, poi trasformata in moschea da Maometto II nel 1453, con l'aggiunta di quattro minareti. Anche Aga Sophìa, peraltro, è stata edificata applicando in tutta la sua articolata, complessa, monumentale ma slanciata struttura la proporzione aurea, a sigillo delle profondissime radici ellenistiche della civiltà che l'ha edificata.
Passati molti secoli, impadronitisi gli architetti islamici delle tecniche costruttive bizantine e avendo fondato una propria eccellente tradizione architettonica, gli ottomani hanno infine fatto di Santa Sofia l'archetipo per le loro moschee. Un archetipo "alla Santa Sofia", si noti, radicalmente diverso da quello delle moschee di tradizione araba e persiana, che iniziò con la costruzione della moschea di Beyazit nel 1595, per passare alla Moschea del Sultano Ahmet o Moschea Blu, sul lato opposto dell'ippodromo bizantino, a fronte del modello originale.

Fine

Fonte : www.islamicamentando.splinder.com

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