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Venerdì, 01 Maggio 2015 04:41

Il tentativo dei Quraysh di assassinnare il Profeta (S) e la sua Emigrazione a Medina(2)

Il tentativo dei Quraysh di assassinnare il Profeta (S) e la sua Emigrazione a Medina(2)
L’emigrazione del Profeta (S) Quando gli assassini iniziarono a radunarsi davanti casa sua, il Profeta avvisò suo cugino ‘Ali del pericolo imminente e dell’intenzione di lasciare la propria casa una volta per tutte. Ordinò quindi ad ‘Ali di dormire nel suo letto al suo posto e lo coprì con il suo ben conosciuto mantello verde. ‘Ali accettò senza esitazione e il Profeta (S), recitando i primi otto versetti della sura Ya-Sin del Santo Libro, si mise in viaggio senza che nessuno degli assalitori lo vedesse, come se fossero stati accecati:

 

“E Noi abbiamo posto una barriera davanti ad essi ed una barriera dietro di essi. Noi li abbiamo avvolti da ogni parte perché essi non vedessero niente” (Sura Ya-Sin, 36,9)

“Quando gli assassini si furono radunati si fermarono davanti alla porta e guardando attraverso una fessura credettero di vedere Muhammad addormentato sul suo letto, avvolto nel suo mantello verde. Essi indugiarono un momento per decidere se piombare su di lui mentre dormiva o attendere fino a quando uscisse. Infine irruppero in casa e corsero verso il letto. Il dormiente si alzò, ma non era Muhammad a trovarsi davanti a loro, bensì ‘Ali, il figlio di Abu Talib. Stupefatti e confusi, essi chiesero: “Dov’è Muhammad?” “Non lo so, - disse ‘Ali - e facendosi avanti aggiunse: “E nessuno osi molestarlo!”.

La devozione di 'Ali

La devozione che ‘Ali mostrò nei confronti del Profeta, correndo impavidamente il rischio di perdere la vita, fu molto apprezzata dall’Onnisciente Giudice degli uomini, Dio il Misericordioso, che inviò i Suoi angeli Gabriele e Michele a proteggerlo dalla banda degli assassini. Egli informò il Profeta, che intanto proseguiva il suo cammino verso Medina, del Suo compiacimento per la sottomissione di ‘Ali alla Sua Volontà, nei termini contenuti nel versetto 207 della Sura al-Baqara:

“Vi è tra gli uomini qualcuno che vende sé stesso per il compiacimento di Dio; e Dio è buono verso i Suoi servitori".

 

 

La grotta nella montagna di Thawr

Lasciando la sua casa, il Profeta incontrò Abu Bakr e gli chiese di accompagnarlo. I due partirono con il favore della notte e si diressero veloci verso sud, in direzione opposta a quella di Medina verso la quale i Meccani supponevano naturalmente che essi si dirigessero. Dopo circa un’ora e mezza di marcia, essi, attraverso un passaggio accidentato e difficile, raggiunsero uno sperone roccioso sulla montagna di Thawr. Là, trovarono una grotta angusta la cui apertura consentiva a malapena il passaggio di un uomo per volta. Abu Bakr vi entrò per primo, la pulì, la spazzò e lasciò quindi entrare il Profeta, ed ambedue vi trovarono rifugio. Durante la notte un ragno tessè una spessa tela all’ingresso della grotta ed una folta vegetazione crebbe tutt’intorno; in questa un piccione costruì il suo nido e vi depose le uova. Così la grotta sembrò deserta da lungo tempo.

I Quraysh, rabbiosi per l’emigrazione messa in atto con successo dalla loro vittima designata, promisero una ricompensa di cento cammelli per la cattura del Profeta (S), vivo o morto. Dei ricognitori furono ingaggiati per cercare i fuggitivi in tutte le direzioni. Essi esplorarono tutti gli anfratti del territorio in un raggio di diversi chilometri attorno alla Mecca. Infine giunsero nei pressi della grotta nella quale era nascosto il Profeta. Abu Bakr cominciò ad agitarsi di fronte al pericolo imminente. Lamentandosi e tremando disse al Profeta: “E se avessimo proseguito, ci avrebbero scoperto? Siamo soltanto in due!” “Non aver paura, - disse il Profeta – Dio è con noi”. I ricognitori dei Quraysh si avvicinarono alla grotta, ma vedendo la provvidenziale tela di ragno e il nido di piccione con le uova, dedussero che l’anfratto era deserto da diverso tempo. Si rimisero quindi in cammino senza prendersi la briga di guardarci più attentamente.

 

L'Emigrazione del Profeta (622 d.C.)

Il Profeta Muhammad (S), in compagnia di Abu Bakr, passò tre giorni d'incertezza in quella grotta situata nell'arida roccia di una regione montuosa e selvaggia, ma sempre confidava serenamente in Dio. Alla fine del terzo giorno, venuto meno lo zelo dell'inseguimento e attenuatasi l'affannosa ricerca del primo momento, 'Ali fece giungere loro dei cammelli ed una guida incaricata di condurli a Medina per una pista non frequentata. La sera del lunedì 5 Rabi' al-Awwal, essi ripresero il viaggio.

Il secondo giorno, quando ormai si sentivano fuori dal pericolo di essere inseguiti, si accorsero che dietro di loro, in lontananza, c'era un uomo che s'avvicinava. Si trattava di Suraqa ibn Malik il quale, allettato dalla ricompensa promessa per la cattura del Profeta, non aveva abbandonato le ricerche. Nel vederlo, Abu Bakr ricominciò a gridare: "Siamo perduti!". Ma il Profeta lo confortò ancora una volta dicendogli: "Non aver paura, Dio è con noi". Dopo di che il Profeta pregò Dio di proteggerli. Mentre il loro inseguitore avanzava, il suo cavallo si impennò ed egli cadde a terra restando immobile. Suraqa capì allora di non avere più alcuna possibilità di successo. Disorientato e stupefatto, si convinse dell'intervento del Cielo e pregò il Profeta di perdonarlo, promettendogli di non tradirlo. Il Profeta pregò per lui. Allora il suo cavallo si rialzò ed egli l'inforcò per ritornare a Mecca. Il Profeta Muhammad (S) fu nuovamente libero di proseguire il suo cammino, costeggiando la riva del mare.

 

Un miracolo

Prima dell’incontro con quest’inseguitore, il Profeta (S) si era riposato un poco a Qadid, sotto una tenda appartenente ad una nobildonna, Umm Ma'bad. Alzandosi per riprendere il viaggio, egli compì l'abluzione preparatoria per la preghiera del pomeriggio lasciando cadere l'acqua (dell'abluzione) su di una pianta vicino alla tenda. La pianta, l'indomani, si trovò trasformata in un albero carico di frutti e fitto di foglie, grande come non se ne erano mai visti prima di allora. Chi ne gustò i frutti, li trovò deliziosi e saporiti. L'albero venne così considerato benedetto ed i malati cercavano rimedio nelle sue foglie e nei suoi frutti. Esso conquistò rapidamente una grande fama. La gente affluiva intorno a lui venendo da molto lontano. Circa dieci anni più tardi, esso perse improvvisamente tutti i suoi frutti. L'evento coincise con la morte del Profeta. Dopo circa trent'anni, il giorno del martirio di 'Ali, i suoi frutti caddero nuovamente tutti di un colpo, e l’albero non ne produsse mai più. La gente, tuttavia, si accontentava delle sue foglie per curare le proprie malattie. Infine, il giorno che Husayn, il nipote del Profeta, cadde martire a Karbala, un liquido rosso colò a profusione dal tronco e l'albero in breve seccò.

 

A cura di Islamshia.org

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