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Giovedì, 30 Aprile 2015 04:19

Il tentativo dei Quraysh di assassinare il Profeta (S) e la sua Emigrazione a Medina(1)

L’inizio dell’Emigrazione a Medina I Quraysh rinnovavano ormai le loro persecuzioni con sempre maggior determinazione e ferocia, in particolare contro i discepoli del Profeta Muhammad (S).

Il loro principale obiettivo era quello d’impedire l’emigrazione dei loro concittadini verso Medina. Tuttavia la loro violenza non sortì altro effetto che accelerare questa emigrazione. Il Profeta, che aveva già predisposto per i suoi discepoli un piano di salvataggio insieme agli uomini di Yathrib al momento del solenne giuramento di fedeltà ad ‘Aqaba, e che aveva stabilito per le diverse coppie di discepoli un legame di fraternità al fine di consolidare i sentimenti di reciproca simpatia, diede l’autorizzazione alla partenza per Yathrib.

Alcuni discepoli, appena ricevuto il permesso di emigrare, partirono immediatamente alla volta di Yathrib. Così, agli inizi del tredicesimo anno della Missione, prese avvio l’Egira (Hijra) o Emigrazione verso Yathrib. I convertiti meccani che emigrarono a Medina furono chiamati Muhajirin (gli emigrati), mentre gli uomini di Medina che si incaricarono di difendere il Profeta dai suoi nemici, furono chiamati Ansar (i sostenitori). Più tardi tale denominazione fu estesa a tutti i convertiti di Medina. L’Emigrazione continuò lenta e discreta, e in due mesi circa 150 musulmani meccani riuscirono a raggiungere Medina.

Il Profeta restò alla Mecca in attesa del Comandamento di Dio riguardo alla sua emigrazione. Soltanto ‘Ali, il suo favorito, e Abu Bakr, restarono con lui per tenergli compagnia.

 

La cospirazione per assassinare il Profeta (S)

Nel frattempo i Quraysh, guardando con apprensione all'esodo dei discepoli del Profeta Muhammad (S) e allarmati dalle conseguenze della nuova alleanza suggellata tra il Profeta e i suoi discepoli da una parte, e il popolo di Yathrib dall'altra, congiurarono per impedirgli ad ogni costo l’emigrazione verso Yathrib. Così lo sorvegliarono strettamente affinché restasse alla loro portata, in vista di eliminarlo. Essi tennero un consiglio per discutere i mezzi per farla finita con lui una volta per tutte. Qualcuno propose di imprigionarlo in una cella senza uscita salvo un piccolo pertugio attraverso il quale passargli dei magri pasti fino a che morisse. Un altro suggerì di esiliarlo. Queste due proposte furono però respinte per timore che egli riuscisse a liberarsi e vendicarsi. Infine decisero di entrare con la forza in casa del Profeta Muhammad (S) quella stessa notte per assassinarlo, e designarono un uomo di ciascuna famiglia che partecipasse all'assassinio. Ciò per rendere difficile ogni tentativo degli Hashemiti di vendicarsi dell'assassinio. Infatti sarebbe stato impossibile per questi correre il rischio di entrare in conflitto con ciascuna delle famiglie delle quali un membro aveva preso parte al mortale attacco.

La cospirazione era in pieno svolgimento quando l'Angelo Gabriele si recò dal Profeta, l'informò del complotto contro di lui e gli comunicò l'autorizzazione di Dio ad emigrare da Mecca a Medina quella notte stessa. Questo evento è così ricordato nel Corano:

"(Ricorda) quando gli increduli complottarono contro di te per tenerti prigioniero, ucciderti o espellerti; essi complottarono (contro di te), ma Dio complottò (contro di essi), e Dio è il migliore nel complottare (cioè: la sorveglianza di Dio si fa gioco dei complotti degli increduli contro i virtuosi)" (Sura al-Anfal, 8, 30).

 

L’emigrazione del Profeta (S)

Quando gli assassini iniziarono a radunarsi davanti casa sua, il Profeta avvisò suo cugino ‘Ali del pericolo imminente e dell’intenzione di lasciare la propria casa una volta per tutte. Ordinò quindi ad ‘Ali di dormire nel suo letto al suo posto e lo coprì con il suo ben conosciuto mantello verde. ‘Ali accettò senza esitazione e il Profeta (S), recitando i primi otto versetti della sura Ya-Sin del Santo Libro, si mise in viaggio senza che nessuno degli assalitori lo vedesse, come se fossero stati accecati:

“E Noi abbiamo posto una barriera davanti ad essi ed una barriera dietro di essi. Noi li abbiamo avvolti da ogni parte perché essi non vedessero niente” (Sura Ya-Sin, 36,9)

“Quando gli assassini si furono radunati si fermarono davanti alla porta e guardando attraverso una fessura credettero di vedere Muhammad addormentato sul suo letto, avvolto nel suo mantello verde. Essi indugiarono un momento per decidere se piombare su di lui mentre dormiva o attendere fino a quando uscisse. Infine irruppero in casa e corsero verso il letto. Il dormiente si alzò, ma non era Muhammad a trovarsi davanti a loro, bensì ‘Ali, il figlio di Abu Talib. Stupefatti e confusi, essi chiesero: “Dov’è Muhammad?” “Non lo so, - disse ‘Ali - e facendosi avanti aggiunse: “E nessuno osi molestarlo!”.

La devozione di 'Ali

La devozione che ‘Ali mostrò nei confronti del Profeta, correndo impavidamente il rischio di perdere la vita, fu molto apprezzata dall’Onnisciente Giudice degli uomini, Dio il Misericordioso, che inviò i Suoi angeli Gabriele e Michele a proteggerlo dalla banda degli assassini. Egli informò il Profeta, che intanto proseguiva il suo cammino verso Medina, del Suo compiacimento per la sottomissione di ‘Ali alla Sua Volontà, nei termini contenuti nel versetto 207 della Sura al-Baqara:

“Vi è tra gli uomini qualcuno che vende sé stesso per il compiacimento di Dio; e Dio è buono verso i Suoi servitori".


Fonte:islamsciita.org

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