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Martedì, 17 Febbraio 2015 08:50

La libertà della donna sottomessa

La libertà della donna sottomessa
Intervista con Costanza Miriano, giornalista della Rai, moglie e madre di quattro figli. Cattolica fervente, è autrice di “Sposati e sii sottomessa”, un manuale di “politica estrema per donne senza paura” divenuto un vero e proprio caso letterario (al punto da finire sotto inchiesta in Spagna per “apologia di violenza”).

Ha poi pubblicato “Sposala e muori per lei”, rivolto questa volta a “uomini veri per donne senza paura”, e “Obbedire è meglio”. Scrive per diverse testate ed è regolarmente relatrice in conferenze sulla famiglia, sul matrimonio e sui “falsi miti di progresso” (aborto, eutanasia, utero in affitto, teoria di gender).

Costanza Miriano, intervistata dall’Intellettuale Dissidente, risponde ad una serie di domande sulle figure dell’uomo e della donna nella cultura contemporanea: dalla sottomissione, così incomprensibile all’uomo moderno, alla svirilizzazione della società, dalla libertà sessuale alle quote rosa.

Perché la parola “sottomessa” fa saltare i nervi a tutti, donne e uomini, cattolici e non cattolici?

 

Penso che ciò che l’uomo contemporaneo proprio non tollera è che qualcuno gli ricordi il proprio limite, ossia il fatto di non essere totalmente padrone e signore di sé. L’obbedienza e il limite ci danno fastidio, perché abbiamo perso il senso di Dio: Dio non esiste più nell’orizzonte dell’uomo contemporaneo, Dio è un discorso irrilevante. E allora, perché dovrei obbedire a qualcuno se sono io il dio della mia vita e della mia esistenza? Per questo la parola sottomissione irrita. Nell’ottica cristiana la sottomissione ha senso perché è sempre un’obbedienza libera, scelta e abbracciata per amore. Io obbedisco perché c’è qualcuno più intelligente e grande di me che mi ama più di quanto io ami me stessa.

 

Ma allora, al di fuori dell’ottica cristiana di donazione di sé, ha senso parlare di sottomissione nel matrimonio?

 

Secondo me ha comunque un senso perché tutto quello che parla di Dio in realtà è scritto nel cuore dell’uomo. I dieci comandamenti sono il libretto di istruzioni dell’essere umano. Anche la lavatrice, se non crede nella Ariston, è comunque fatta come la Ariston ha deciso. L’uomo, anche se non crede in Dio, è a immagine di Dio. E quindi in realtà riconoscere il proprio limite, obbedire a qualcuno o, per utilizzare un’espressione psicoanalitica, entrare in relazione è profondamente umano. Anche la psicanalisi, che è atea nella maggior parte dei casi, crede che la guarigione cominci sempre nel momento in cui la persona si apre alla relazione con l’altro. Quindi secondo me “sottomissione” ha senso anche in un’ottica non cristiana nella misura in cui riconosco di non essere dio e di non essere l’unico arbitro della mia esistenza. E non si tratta solo di mettermi in relazione ma anche di accogliere il fatto che io da sola non funziono perché c’è un “bug” dentro di me che non mi fa girare bene. E quindi ascoltare un’altra voce oltre la mia mi guarisce.

 

Come risolveresti l’apparente contraddizione tra il fatto che le donne vedono sempre di più i figli come ostacolo alla carriera (pensa a Apple e Facebook che hanno proposto alle loro impiegate di congelare gli ovuli per ritardare la maternità) e il fatto che il “diritto al figlio” è centrale nelle battaglie per i diritti civili? Insomma, si combatte per diritto al figlio nel momento in cui le donne sembrano non voler più fare figli…

 

Penso che si risolva sempre col discorso del limite. Vogliamo decidere se, come e quando avere figli. Non viviamo più nell’ottica del figlio come dono. Quindi sono io che deciso se, come e quando avere figli e se sono omosessuale e non posso naturalmente averne posso decidere di produrli o di comprarli tramite l’utero in affitto. L’uomo moderno non tollera l’esistenza di un limite anche nella gestione della propria sessualità. A ciò si aggiunge la grandissima “balla” che si possa fare tutto, ossia conciliare perfettamente famiglia e lavoro. La mia esperienza è quella del limite, dal momento che rischio di far male tutte e due. Vorrei essere più presente come madre e più presente al lavoro ma quando devo scegliere, scelgo sempre i figli per quanto possibile. Infatti, non è per niente vero che alla fine conta la qualità (e non la quantità) del tempo passato con i figli.

 

All’Espresso hai dichiarato che il lavoro femminile in sé non è una conquista. E recentemente hai ribadito che se ti avessero offerto la conduzione della Bbc News avresti rifiutato.

 

Credo che per le donne sia una conquista la libertà di poter scegliere. La libertà è una cosa buona tant’è vero che Dio rispetta la libertà dell’uomo e la ama ancor più della sua salvezza al punto che lascia l’uomo libero di sbagliare. La libertà è un valore buono anche dal punto di vista laico, non assoluto, ma certamente un valore. Ma, al di là della propaganda, credo che vi sia invece un po’ una fregatura dietro l’impostazione del lavoro femminile, perché alle donne viene proposto di entrare in un mondo del lavoro che è tutto maschile, concepito con tempi e regole maschili: accesso nel pieno dell’età fertile, orari di lavoro lunghissimi con interruzioni minime perché la legge sulla maternità prevede che la madre torni a lavoro quando il bambino ha tre mesi, il che è totalmente irragionevole. Poi quando i figli sono cresciuti, quando siamo già nonne, magari ci viene data la possibiltà di andare in pensione. È una realtà totalmente strabica rispetto al talento femminile che è il talento della cura. Quando sono dovuta tornare al lavoro, tre-quattro mesi dopo la nascita del mio primo figlio, soffrivo. E soffrivo non perché io sia una mamma cattolica ma perché è scritto nelle viscere di una madre il desiderio di rimanere col bambino che allatta. Capisco che di questi tempi è già una grazia avere il lavoro, ma dovremmo combattere per avere la possibiltà di prolungare il congedo di maternità, di poter scegliere un rientro flessibile al lavoro, di barattare una minor carriera e una minor retribuzione, che però dovrebbe essere compensata con gli assegni familiari, con la cura dei figli. Accetto che allattare i figli mi costi un rallentamento della carriera ma credo che tutto il mondo del lavoro metta tra parentesi la parte affettiva e di cura delle donne.

 

Ma tu ci ha mai creduto alla possibilità di conciliare famiglia e carriera?

 

Prima di avere figli sì, perché culturalmente sono una donna del nostro tempo. Quindi mi sono laureata (ndr: in lettere classiche) e ho conseguito il master in giornalismo senza pormi assolutamente il problema. Pensavo di poter fare tutto. Poi quando il figlio è arrivato, la mia carne, la parte animale di me, era lì che ruggiva. Mi dicevo che non era possibile che stessi lontana dieci ore al giorno da quell’esserino di quattro mesi, cuore del mio cuore, carne della mia carne. È scritto nella donna, non è una questione ideologica.

 

“Il corpo è mio e me lo gestisco io”: libertà o asservimento ad una logica reificante?

 

“Il corpo è mio” è giusto, ma il mio slogan sarebbe piuttosto: “Il corpo è mio e te lo regalo”. Ci raccontano che c’è stato un tempo, sconosciuto a me e anche a mia madre, in cui le donne non erano libere di sottrarsi ad un rapporto, di scegliere un compagno o un marito. Non so fino a che punto ci venga descritto così dal femminismo e fino a che punto la realtà fosse effettivamente tale. Penso che il femminismo da una parte sia stata una legittima richiesta di sguardo e di dignità ma poi è diventato uno scendere nel campo della lotta con gli uomini adottandone le stesse logiche. Non siamo più vittime ma nemiche degli uomini e, tra le due, non so cosa sia peggio. Inoltre, credo che le donne siano rimaste fregate dai sistemi contraccettivi: la promiscuità che la contraccezione permette, ossia rapporti sessuali slegati dall’impegno che viene dall’accoglienza di una vita (perché un figlio ti lega all’altra persona per tutta la vita, anzi per l’eternità), è una “libertà” che secondo me favorisce soprattutto gli uomini che sono più inclini alla promiscuità delle donne. Il cuore della donna desidera un rapporto unico ed esclusivo. Magari, pur di non perderlo, ci siamo concesse ad un uomo che poi, come è anche naturale, perché l’emozione passa e i sentimenti cambiano, se ne è andato. Un tempo ci si legava per la vita e questo legame costringeva uomo e donna ad un lavoro su di sé per vivere bene, senza assecondare troppo le emozioni che sono sempre in parte inaffidabili. Oggi, invece, i rapporti sono costruiti sulle emozioni che sono certamente importanti ma che non possono essere l’unico parametro di riferimento. Ci sono anche le scelte, le decisioni, le responsabilità.

 

Altra apparente contraddizione: come conciliare il fatto che le donne vogliano avere ruoli “maschili” (pensa alle manager delle grandi aziende che vogliono lavorare come i loro colleghi maschi) e che, contemporaneamente, si assiste ad una società sempre più svirilizzata il cui emblema è l’uomo depilato?

 

Non voglio improvvisarmi né storica né filosofa ma credo che a monte ci sia la critica della figura del padre. Tutto ciò che è autorità e autorevolezza viene percepito come violento e negativo. Credo che ci sia tanto di bene non nella violenza, ma nell’autorevolezza, nella forza. Penso a mio marito che è molto più capace di me di farsi rispettare con i figli, basta che alzi la voce (mentre le mie urla matte passano come un refolo di vento). I miei figli percepiscono che nella voce del padre c’è la possibilità di una violenza che non è mai stata espressa (mio marito avrà dato uno sculaccione a testa in tutto), che c’è forza, che c’è autorevolezza. E pensare che negli USA e in Svezia è addirittura un reato dare uno sculaccione!

 

Visto che l’uomo è profondamente ferito da quello che cristianamente si chiama peccato originale o, per dirla in maniera laica, visto che c’è qualcosa che non funziona in lui, ossia un’innata inclinazione al male, credo che la correzione debba essere energica, non dico violenta. Ripeto, credo che i miei figli abbiano preso uno sculaccione a testa in tutta la loro vita però quell’unico sculaccione è rimasto come pietra miliare. Purtroppo tutto quello che è maschile viene percepito come negativo e quindi ecco che assistiamo alla femminilizzazione nella moda, nel modo di porsi, nell’esaltazione dell’uomo sensibilie e dell’uomo che piange. Mi piace il fatto gli uomini per certi versi siano meno sensibili e meno suscettibili all’emotività. L’uomo ha come funzione non solo quella di vestire lo scudo per difendere i suoi, ma quella di brandire la spada per tagliare ciò che non serve, l’emotività inutile, per essere più razionali. Eppure tutto ciò viene culturalmente denigrato. Non a caso gli uomini vengono educati a sviluppare la loro parte femminile. I maschietti, sin dall’asilo, vengono fatti giocare con giocattoli unisex. I bimbi che giocano alla guerra vengono sgridati. Mi hanno sgridato un sacco di volte perché avevo comprato delle pistole-giocattolo ai miei figli. Ma mio padre è un appassionato cacciatore e i miei figli sono appassionati di armi. Personalmente ho sempre incoraggiato questa passione che trovo bella, maschile e virile. Quando uno dei miei due figli maschi ha passato un periodo un po’ turbolento durante la sua adolescenza, un sacerdote nostro amico, per tutta risposta, lo ha portato sul campanile della chiesa a sparare ai piccioni. Sicuramente una delle lezioni di catechismo più belle che abbia ricevuto.

 

Sempre a proposito di donne e attività “maschili”: pensi che la politica sia un affare da uomini o che le donne possano parteciparvi? Come vedi le quote rosa?

 

Sono contrarissima alle quote rosa, una cavolata tremenda. Una donna, quando i figli sono in casa, non può fare politica per una banale questione di tempo. Politica vuol dire riunioni serali, riunioni-fiume, tante “perdite di tempo” perché c’è una quota di tempo “perso” a seminare, a costruire relazioni col territorio. La politica è un lavoro totalizzante che secondo me una madre non può fare. Una politica francese (ndr: Axelle Lemaire), quando Hollande la chiamò per offrirle una carica di ministro, rispose che stava dando la cena ai suoi tre figli, aggiungendo: “Io lavoro per migliorare la vita degli altri, non per peggiorare la mia”. Un ministro con figli piccoli o fa male il ministro o fa male la mamma o fa male tutte e due. Forse qualcuno, penso alla Madia, si offenderà ma a mio avviso proprio non è possibile fare entrembe le cose bene. Mentre diverso è il discorso per una donna che si consacra alla politica, tipo Rosy Bindi, che non è il mio modello per varie ragioni ma che ha fatto una scelta coerente di impegno a tempo pieno, quasi di consacrazione alla politica come servizio. Una donna può fare politica o se non ha figli o se ha figli grandi. Penso a Nancy Pelosi che al compimento del diciottesimo anno età del quindo figlio è divenuta speaker della Camera americana. E poi la politica, almeno come viene vissuta oggi, ossia come un gioco di rapporti di forza e di potere più che di servizio, credo sia più connaturata al maschio: segnare il territorio e affermare il proprio potere è una cosa più maschile che femminile. Mi hanno proposto due volte degli incarichi politici a livello locale ma ho rifiutato perché non avrei potuto conciliare questi impegni con la maternità. E poi non mi interessano potere e carriera ma le relazioni. Credo che le donne abbiano spiccatissimo il genio dei rapporti umani e delle relazioni. Ma se a 60 anni qualcuno mi si filasse ancora e mi riproponesse la politica, quando i miei figli saranno grandi e in realtà non mi si filerà più nessuno, allora perché no?

Fonte: lintellettualedissidente.it

 

 

 

 

 

 

 

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