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Domenica, 31 Gennaio 2016 10:03

15 Khordad: quel 5 giugno 1963, l'inizio della Rivoluzione Islamica

15 Khordad: quel 5 giugno 1963, l'inizio della Rivoluzione Islamica
  Quando scoppiò la Rivoluzione Islamica in Iran il mondo intero rimase sorpreso e allibito.
A tutti sembrò una rivolta nata dal nulla poiché il mondo, specialmente quello occidentale, aveva un’immagina dell’Iran che non contemplava minimamente neppure l’esistenza di una popolazione fedele ai precetti Islamici ed alle sue guide religiose.

La stampa, la televisione e i mass-media, in genere, si erano sempre occupati della “Corte del Pavone”, dello splendore dei gioielli della corona, delle pompose celebrazioni inscenate dallo Shah, delle vacanze della famiglia reale in Svizzera o in altri luoghi famosi.

Nessuno o pochissimi, conoscevamo l’altra faccia della medaglia. Pochissimi sapevano dell’esistenza di un popolo oppresso, sradicato dalle sue radici storiche e culturali, che sotto la minaccia delle armi delle forze dell’ordine del regime, tentava di difendere la sua identità e la sua religione.

La Rivoluzione Islamica non solo non nacque dal nulla, ma fu il risultato finale di anni e anni di lotte clandestine costate migliaia di vite umane e sacrifici enormi.

Il 5 giugno 1963 si ebbe la prima e più grande esplosione della collera popolare a livello nazionale, subito repressa in un bagno di sangue che costò la vita a ben 15.000 persone.

Le guide religiose musulmane, che da sempre in Iran hanno combattuto a fianco del popolo oppresso per l’indipendenza del paese e per il rispetto della dignità della popolazione e contro il colonialismo e l’imperialismo, condannarono la folle politica dello Shah, il quale per meglio asservire il paese agli interessi delle super-potenze occidentali - alle quali egli era indissolubilmente legato - aveva intrapreso una campagna di occidentalizzazione forzata del paese, tentando di sostituire i tradizionali sistemi culturali con modelli statunitensi o europei completamente estranei alla coscienza delle masse tenacemente attaccate alla propria identità di musulmani iraniani.

La vastità della resistenza e del malcontento della popolazione nei confronti dei progetti dello Shah si potè toccare con mano proprio in quel tragico 5 giugno 1963 quando, infiammate dalle parole delle guide religiose, migliaia e migliaia di persone si riversarono nelle strade noncuranti del rischio cui andavano incontro reclamando il loro diritto ad essere rispettati e a far rispettare i santi precetti islamici.

Il massacro della Madrasa Feiziyyeh

Il grido dell’Imam Khomeyni risvegliò il popolo. Egli usava le ricorrenze religiose per mantenere in vita il movimento. Con le sue dichiarazioni egli accese la fiamma dell’Islam nel cuore delle masse. Le sue parole uscirono da Qom per raggiungere i punti più remoti del paese.

La posizione del governo peggiorava di giorno in giorno. I suoi membri si resero conto di non godere di alcun favore tra le masse. Il governo era sostenuto solo dagli stranieri e da coloro che dagli stranieri erano influenzati. Lo Shah era preoccupato della vastità della resistenza degli ulamà. I suoi agenti, sapendo che l’Imam Khomeyni era la guida del movimento e che Qom ne era il centro, pensarono di attaccare proprio là. Lo Shah ideò un piano che a suo parere avrebbe potuto provocare una paura tale tra gli ulamà che essi non avrebbero più avuto il coraggio di interferire per vari anni. Il dispotico Shah pensò che uno spargimento di sangue sarebbe stato il mezzo migliore per distruggere il movimento dalle radici. La gente avrebbe avuto paura e avrebbe ritirato il suo appoggio al movimento e sarebbero tutti diventati come dei cimiteri dove regna il silenzio.

Il 25 di Shawwal, che corrisponde al 22 marzo 1963, anniversario del martirio del sesto Imam della Shi’a, l’Imam Jafar as-Sadiq (as), si sarebbe dovuta celebrare una cerimonia alla scuola Feiziyyeh. Migliaia di persone si recarono a Qom per passare la loro vacanza vicino al Santuario di Hadrat Fatima Masumah (as). In questo storico giorno, mentre il giardino di Feiziyyeh era stracolmo e la folla somigliava alle onde del mare, e le guide religiose, una dopo l’altra, si avvicendavano dal minbar per parlare alla folla, cercando di approfittare di tale opportunità per risvegliare il popolo, gli agenti dello Shah cominciarono a mettere in opera il loro piano nefasto e traditore per distruggere l’Islam e gli illuminati precetti del Sacro Corano.

Gli agenti dello Shah, armati di mazze e bastoni, si scagliarono senza pietà contro gli inermi studenti di teologia e i loro insegnanti. I combattenti dell’Islam, i sapienti religiosi rivoluzionari, allevati alla scuola di pensiero ed azione del Corano, furono colpiti al punto di cospargere il loro sangue sul terreno. Decine vennero martirizzati e gravemente feriti. Vennero bruciate le copie del Sacro Corano e qualsiasi altro libro che gli agenti del regime tirannico poterono trovare. Gli assassini dello Shah, invece di dare una risposta logica e corretta ai desideri ed alle aspirazioni del popolo musulmano, il quale chiedeva solo la rottura delle relazioni politiche, militari ed economiche con Israele, e che si era adattato alla povertà e ad una dieta di datteri e pane secco in un paese che possiede enormi ricchezze naturali, risposero con uccisioni, torture e saccheggi. Il 25 di Shawwal, giorno del martirio dell’Imam Jafar as-Sadiq (as), che era sempre stato un giorno di lutto e tristezza, lo divenne ancor di più dopo questo massacro.

Alcune persone corsero ad avvertire le autorità religiose dell’attacco. Trovarono la porta della casa dell’Imam Khomeyni aperta. Quando entrarono e gli raccontarono quanto avvenuto, l’Imam disse: “Non siate tristi o preoccupati. Non spaventatevi. Scacciate da voi la paura e l’ansia. Voi siete i seguaci di guide (i Profeti e gli Imam, n.d.t.) che perseverarono in mezzo alle difficoltà e alle tragedie. Quello che noi vediamo oggi non è nulla se paragonato a quello che hanno sofferto le nostre grandi guide, le quali hanno vissuto un giorno come quello di Ashura e una notte come quella del 11 di Muharram: essi hanno offerto tutto nel cammino della religione di Dio. Di che cosa parlate voi ora? Di che cosa avete paura? Perchè siete ansiosi? E’ una mancanza per chi come voi pretende di seguire Hadrat ‘Ali e l’Imam Husayn perdersi davanti alle malefatte dell’attuale regime. Il regime si è rovinato da solo compiendo questi crimini. Esso ha mostrato chiaramente la sua essenza di Gengis Khan. I suoi metodi tirannici hanno provocato la sua sconfitta definitiva. Noi abbiamo vinto. Avevamo chiesto a Dio che questo regime mostrasse la sua vera natura e si screditasse. Le grandi guide islamiche sono state uccise, imprigionate e sacrificate per preservare l’Islam e i precetti del Sacro Corano. Esse hanno preservato e ci hanno trasmesso la religione islamica. Oggi è nostro dovere prepararci a fronteggiare qualsiasi difficoltà per difendere l’Islam e stroncare le mani dei traditori.”

L’Imam Khomeyni sapeva che l’unico scopo di questo spargimento di sangue da parte dello Shah, dei massacri, della svendita della nazione, della sua dittatura, era quello di distruggere il movimento che si era creato attorno a lui, dei combattenti dell’Islam e degli Hezbollahi. Egli sapeva che sacrificarsi sul cammino di Dio e per le creature di Dio vuol dire vincere e perdere, essere rispettati e insultati, essere frustati, martirizzati e centinaia di altre difficoltà. Non ci si può aspettare che una persona che si muove per una meta così alta, sacra e pura quale è l’instaurazione di un ordinamento di giustizia sociale e di precetti islamici, trovandosi a dover fronteggiare gli oppressori nella battaglia tra verità e menzogna, non sia pronta a sopportare le torture, il carcere ed altre indicibili sofferenze.

Egli sapeva che questo sangue sparso ingiustamente nel giardino della Madrasa Feiziyyeh avrebbe ribollito. I crimini e i massacri dello Shah non sarebbero stati dimenticati. Egli sapeva che il dispotico regime non avrebbe, mai e poi mai, potuto lavarsi le mani del sangue innocente di tante persone.

Discorso dell’Imam Khomeyni sul 15 Khordad (1979)

Il 15 di Khordad è il giorno in cui circa quindicimila figli di questa nazione oppressa furono uccisi. Il 5 Giugno 1963 nasceva un grande movimento a seguito della rivolta degli ulamà responsabili e devoti contro Muhammad Reza Shah, la cui opposizione al Santo Islam era già ben nota ed è divenuta ancora più chiara da allora in poi. Gli ulamà insorsero nel pomeriggio del giorno di ‘Ashura (giorno in cui si celebra e si piange il martirio del Principe dei Martiri, l’Imam Husayn) in una grande ondata islamica e umanitaria e ben presto il malcontento che da tanto tempo covava negli animi dei credenti musulmani di tutto il paese esplose e raggiunse il suo apice.

Fu allora che lo Shah, strumento dell’imperialismo, si rese colpevole di una delle più sanguinose repressioni perpetrate dal suo già sanguinario regime. Fu una tragedia disumana. Il 15 di Khordad è il dodicesimo giorno del mese di Muharram, mese di lutto religioso, mese pieno di tragedie, pieno di sangue, mese di grandi imprese epiche, un mese nel quale fu distrutto un sistema monarchico vecchio di 2.500 anni e un regime di criminali altrettanto antico. La nostra nazione non dimenticherà né il Muharram, né il 15 di Khordad, giorno che segna l’inizio del movimento rivoluzionario islamico degli ulamà.

Il movimento ebbe il suo inizio nella Hawza Ilmiyyah (il centro teologico tradizionale sciita) di Qom da dove si propagò velocemente agli altri centri religiosi e teologici, alle università e ad un gran numero di persone appartenenti a tutti i diversi strati sociali sia a Tehran che nelle altre città e pian piano coinvolse un sempre maggior numero di persone.

Durante gli ultimi anni, gli eventi si sono susseguiti in rapida successione e la nostra grande nazione, con lo slogan dell’Islam e Allah’u Akbar (Dio è Grande) e grazie alla luce della fede e dell’unità, è riuscita a sradicare il regime Pahlavi.

La nostra nazione celebra questo giorno ed io dichiaro il 15 di Khordad lutto nazionale in onore dei nostri martiri caduti in quel gran giorno. Io siederò, raccolto nel mio dolore, nella Madrasa Faiyziyyeh. Spero, a Dio piacendo, che il resto delle corrotte radici del colonialismo siano distrutte e che la Repubblica Islamica sia stabilita sulle basi e sui precetti illuminati del Sacro Corano, unica guida del nostro paese.

Assalamu alaykum wa rahmatullah wa barakatuhu

Ruhollah al-Musawi al-Khomeyni, Qom 1979

Fonte: Islamshia.org

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