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Venerdì, 18 Dicembre 2015 12:09

Principi dell'arte islamica

Principi dell'arte islamica
Seyyed Hossein NasrDato che provengo da una terra con un patrimonio artistico eccezionalmente ricco e con varie opere maestre che rappresentano uno dei rami più importanti dell’arte islamica, mi piacerebbe esporre alcune caratteristiche dell’arte religiosa, concentrandomi sull’arte islamica e facendo riferimento ad essa quale uno degli esempi più chiari di un’arte che ottiene la sua valenza, la sua cosmovisione e la sua ispirazione da una determinata tradizione religiosa e dalle dottrine sapienziali di questa. Vorrei spiegare le caratteristiche dell’arte islamica basandomi sull’essenza e la natura di questa arte, e non sulle manifestazioni artistiche di un paese in concreto, come può essere il mio.

 

Per iniziare, l’idea stessa di arte islamica è stata accettata solo da pochi decenni. La ragione è che gli studiosi occidentali giudicavano il resto delle civiltà dal punto di vista della propria. Fino alla fine del Medio Evo l’intera arte europea era arte cristiana, ma con il graduale indebolimento del Cristianesimo e l’aumento del laicismo, le frontiere nazionali iniziarono a segnare le caratteristiche distintive dell’arte. Così abbiamo visto la nascita di concetti come l’arte italiana del Rinascimento, l’arte francese del secolo XVIII, l’arte tedesca del periodo romantico, l’arte americana del secolo XX, ecc. Gli studiosi occidentali iniziarono a interpretare in maniera simile l’arte delle altre civiltà, inclusa quella islamica. In termini generali, possiamo dire che lo studio dell’arte è un’invenzione del secolo XIX, che sorse a partire dal pensiero filosofico tedesco, e che tuttavia porta il carico delle idee preconcette che la crearono. Quando venne applicata al mondo islamico, questa maniera di inquadrare l’arte cercò di ignorare ogni possibile carattere islamico dell’arte islamica, e spesso prestò maggiore attenzione alle differenze regionali. I principali musei d’Occidente possedevano collezioni di arte persiana (la più famosa e di più facile accesso), arte mongola, arte andalusa, ecc. Il concetto di arte islamica non esisteva, e sebbene a volte qualcuno abbia scritto un libro sull’“arte musulmana”, si trattava di qualcosa di raro.

 

R. Guénon e T. Burckhardt, Il Cairo

Il principale promotore in Occidente dell’idea secondo la quale è necessario studiare l’arte islamica come tale e che si tratta realmente di una categoria specifica di arte fu lo scomparso Titus Burckhardt (Ibrāhīm ‘Izz al-Dīn) (3), che non ringrazieremo mai abbastanza per la sua capacità di comprendere e diffondere l’arte islamica. L’evento che concretizzò realmente questa idea fu il Festival del Mondo Islamico di Londra, nel 1976, quando per la prima volta si presentò l’arte islamica come tale. In quell’epoca si obiettò che l’evento non includeva riferimenti specifici all’arte persiana, all’arte marocchina o all’arte indiana. E’ certo che le arti regionali esistano, ma tutte esse sono integrate in una visione del mondo più ampia, che è quella dell’arte islamica. Tutta l’arte prodotta nel mondo islamico – dalla nascita dell’Islam fino a circa 150 anni fa, con l’inizio della colonizzazione occidentale – era arte islamica. Il fatto per cui l’Islam non fu sottomesso al processo di secolarizzazione iniziato in Occidente durante il Rinascimento non deve farci dimenticare la verità che qualsiasi produzione artistica della civiltà islamica è arte islamica. L’Occidente, da parte sua, ha deciso di seguire un cammino differente, ed è molto corretto parlare di arte francese o arte inglese dopo il Medio Evo. Durante il Medio Evo, comunque, la situazione in Occidente era molto simile a quella della civiltà islamica. Per esempio si poteva distinguere l’arte spagnola del secolo XIII dall’arte irlandese, o l’arte francese da quella inglese, ma tutte esse appartenevano alla civiltà cristiana. Tutto il mondo accetterebbe di utilizzare l’espressione “arte cristiana” per qualificare questo periodo. L’argomento che solitamente utilizzano i moderni scrittori secolaristi è che, se in Occidente possiamo parlare di pittura inglese, architettura italiana, ecc., perché non possiamo farlo anche nel caso dell’Islam? La ragione è che ogni civiltà ha seguito il proprio corso. Se la civiltà islamica dovesse continuare in questa direzione e secolarizzarsi del tutto, l’opera di un pittore turco sarà, per esempio, totalmente distinta da quella di un pittore pakistano, e potremmo parlare di arte turca, arte pakistana, ecc. Intanto dobbiamo considerare come l’arte turca, l’arte persiana o l’arte mongola siano in realtà varietà dell’arte islamica, nel senso che trasmettono lo spirito ed i principi di una rivelazione in particolare. Questo non è accidentale. Il termine “arte islamica” non si riferisce ad un’arte fatta da musulmani. In tutte le città del mondo islamico esistono edifici disegnati e costruiti da musulmani che non hanno assolutamente nulla a che vedere con l’arte islamica, giacché questa arte non equivale a fare qualche cupola o arco qui e là. L’arte islamica possiede i propri principi. Questo ci porta alla questione della visione del mondo che anima le diverse manifestazioni artistiche e intellettuali delle differenti civiltà. Il tipo di arte sviluppato in ogni civiltà dipende dalla struttura della religione che crea questa civiltà. Per esempio nell’Islam e nel lontano Oriente l’arte della calligrafia (khṭṭāṭī) è fondamentale, mentre in altre due civiltà, come quella indù e occidentale, essa svolge un ruolo molto secondario. Al contrario nell’Islam non si è mai sviluppata la scultura, a causa di certe prescrizioni religiose. Quanto alla pittura, i musulmani la praticarono in un modo molto differente da quella occidentale. La principale arte sacra nel Cristianesimo è la rappresentazione dell’immagine di Dio fatto uomo (Cristo), che agisce come fonte dell’intera arte cristiana. Al contrario, quasi tutta la pittura moderna è una desacralizzazione dell’arte cristiana dell’icona. Nell’Islam, dove il Divino non si è mai manifestato in una forma umana (4), questo tipo di arte non potrà mai essere di primo ordine.

Un altro punto che bisogna tenere presente è che arti come quella turca, persiana o mongola, le quali possono sembrare differenti in apparenza, partecipano comunque dello stesso linguaggio e dello stesso spirito. Bisogna domandarsi: a cosa è dovuto questo fenomeno? A molti eruditi religiosi, che presumibilmente sono i guardiani della cultura islamica, non risulta facile rispondere a questa domanda. La ragione di questo è doppia. In primo luogo la sharī‘ah è la fonte della Legge islamica, ma non dell’arte islamica. Ci dice come agire, ma non come produrre un’opera artistica, salvo in quel che si riferisce a certe proibizioni attinenti ciò che non bisogna fare, come ad esempio collocare una statua di fronte ad una moschea o adornare una moschea con immagini. La Legge islamica proibisce tutto questo, ma come fare arte? Questo la sharī‘ah non lo spiega. Molte persone hanno cercato senza successo i principi dell’arte islamica nella sharī‘ah e si sono allontanati completamente dalla tradizione artistica dell’Islam, creando ad esempio alcune delle costruzioni più mostruose, peggiori anche di quelle del periodo coloniale. Queste costruzioni furono opera di musulmani, giustificate nel nome dell’“arte della nostra epoca”.

 

Pensiamo, ad esempio, a cosa abbia ispirato la moschea di Qaraviyīn o quella di Cordoba, forse due delle moschee più belle del mondo islamico. Entrambe sono molto simili, ed al contempo molto differenti. Entrambe trasmettono serenità. Non si può entrare in una moschea senza sperimentare un senso di pace e tranquillità, una caratteristica dell’architettura islamica che è stata trasmessa attraverso una tradizione orale da maestro a discepolo. Detta tradizione non è relazionata alla sharī‘ah ma alla haqīqah, che è il cuore del Corano. Il Corano è l’origine dell’arte islamica, sebbene non in un senso esteriore. E’ una responsabilità molto importante da adempiere per ogni serio sapiente musulmano mettere in evidenza ciò.

Alcuni aspetti di questa questione sono relativamente facili da intendere. Per quanto attiene le arti non plastiche, la stessa struttura ritmica del Corano è la fonte di tutti i popoli musulmani, dalla Malesia fino al mondo arabo, avendo la civiltà islamica sviluppato una squisita arte poetica. Anche la poesia inglese è molto ricca, ma non è casuale che la poesia svolga un ruolo molto più importante nei paesi islamici che in quelli occidentali, ad eccezione della Spagna. Questo perché la Spagna formò parte del dār al-Islām (mondo islamico) per 800 anni, e tutte le lingue della zona vennero influenzate dal ritmo della lingua araba. Tutto questo risulta ovvio, sebbene esistano altri aspetti che sono molto più sottili.

Perché il vuoto rappresenta una delle principali caratteristiche delle moschee? Perché il vuoto equivale alla plenitudine nell’architettura islamica? Perché il suolo è più importante nella civiltà islamica che in qualsiasi altra civiltà, ad eccezione di quella giapponese? Perché i musulmani hanno sviluppato l’arte del tappeto, che già esisteva precedentemente ma senza raggiungere tanto rilievo? Si deve all’importanza del suolo, della terra. Perché è cosi importante la terra? Perché, in definitiva, la fronte del Profeta toccava il suolo quando si inchinava davanti al Trono Divino. Le preghiere quotidiane vengono realizzate sul pavimento; per questo la terra è sacra. Si possono fornire molti esempi perché non si tratta di aspetti meramente accidentali. Ma lasciateci menzionare ciò che è assolutamente essenziale.

Il principio, la verità della natura della Realtà che domina l’arte islamica e la filosofia della bellezza che la governa, proviene direttamente dal Corano e dagli ahadith. E’ indubbiamente troppo sottile per esser visto da fuori. Una delle ragioni è che non disponiamo di nessun libro islamico sulla filosofia della bellezza o la modalità di produrre opere architettoniche. Nessuno sa come vennero costruiti il Taj Mahal o le moschee di Badshahi e Isfahan, poiché si tratta di una tradizione trasmessa per via orale di generazione in generazione attraverso confraternite di artigiani e artisti, fratellanze connesse infine con la ṭarīqah o via esoterica. Quali sono questi principi che hanno dominato tutte le forme dell’arte islamica dal suo inizio?

 

Il primo e più importante è il tawhid, la dottrina dell’unità. Ogni arte islamica autentica deve riflettere l’Unità Divina. Ci sono conseguenze per questo. La prima è che vi deve sempre essere un’integrazione della forma. Vi è un centro. Un centro il quale si esprime nell’architettura, nella calligrafia, nelle miniature e nella tessitura dei tappeti – e che è un riflesso del tawhid. Possiamo estendere questo principio, essendo il più importante di tutti i principi dell’arte islamica. Questo significa escludere ogni forma di idolatria. Da un punto di vista teologico, l’idolatria significa fabbricare un idolo o una statua e affermare che ciò è Dio. Questa è comunque solo una definizione superficiale dell’idolatria. Per comprendere pienamente l’arte islamica è necessario conoscere anche il sufismo, una dottrina che pretende di trascendere le forme esterne per raggiungere l’essenza del tawhid e intendere così l’unità della creazione. Non è casuale che tutti i grandi calligrafi provenienti dal mondo islamico abbiano qualche tipo di relazione con il sufismo. Ad ogni modo il tawhid agisce nell’arte islamica attraverso vari livelli; integrazione; assenza di tensione tra le forme e elementi artistici; stato di concentrazione mentale; mancanza di dispersione da parte del testimone dell’opera d’arte, ecc. Tutte queste sono conseguenze del principio del tawhid.

Il secondo principio è quello del jamāl, la bellezza. Fino all’epoca attuale, ogni arte teneva in conto la bellezza. Comunque l’arte moderna ha sviluppato il culto della bruttezza, considerando la bellezza come qualcosa di triviale, superfluo e anche un lusso. I moderni teorici dell’arte considerano che questa debba reggersi su criteri di utilità, e non di bellezza. Da parte sua, la prospettiva islamica è stata riassunta in un hadith che definisce l’arte islamica nell’insieme della civiltà islamica: “Allāhu jamīlun iuḥibu ‘l-jamāl” (Dio è Bello e ama la bellezza). La bellezza è reale, e la bruttezza irreale. Vivere nella bruttezza è vivere nell’illusione, nell’irrealtà. La bellezza si oppone a gran parte dell’arte moderna, la quale mostra la bruttezza e il male, affermando che sono importanti, mentre la bontà e la bellezza non lo sono. Buona parte della letteratura moderna cerca di esporre quanto di più oscuro e sporco alberghi nel profondo dell’anima umana, considerandolo reale e importante, e lasciando in secondo piano la bellezza e la bontà. L’arte islamica in tutte le sue forme, dalla letteratura alla pittura, possiede un obiettivo comune: mettere in risalto la bellezza delle cose. Dio è il Creatore di tutte le cose ed esse sono il riflesso della jamal divina.

 

C’è un famoso detto che recita: “In tutte le cose esiste un segno che rende testimonianza della Sua Unità”. L’arte islamica cerca di accentuare questo aspetto, invece di nasconderlo. Al-jamāl è, dunque, una condizione assolutamente essenziale per la creazione di qualsiasi forma artistica che sia islamica. La prova di questo risiede nel fatto che, fino a soltanto un secolo e mezzo fa, tutte le città islamiche erano dotate di grande bellezza, e anche utensili di uso quotidiano come zappe, pettini, abiti o strumenti da cucina erano belli. Questa è una delle ragioni per le quali nell’Islam non esiste una categoria come le Belle Arti. L’esistenza delle Belle Arti suppone che il resto delle attività umane sia privo di qualità artistiche e di bellezza. Pitturiamo qualche quadro e lo mettiamo in un edificio dove poterlo contemplare per alcune ore, mentre il resto della vita si svolge senza arte. Nell’Islam questa distinzione non ha assolutamente alcun senso. In Occidente si è inoltre soliti distinguere tra arti maggiori e arti minori. La pittura di Michelangelo viene considerata come arte maggiore e, per esempio, il piatto dove hai la zuppa è arte minore. Comunque, quante volte contempliamo le pitture di Michelangelo e con che frequenza utilizziamo il piatto? Questo segna una grande differenza dal punto di vista dell’anima umana. L’Islam demolisce questo tipo di differenze affermando che l’arte che è più vicina all’anima è la più importante, e che qualsiasi tipo di arte deve avere il senso della bellezza.

In terzo luogo c’è il carattere ‘iconoclasta’ dell’arte islamica. In molte civiltà, la rappresentazione della Divinità è uno dei principali temi dell’arte. A questo riguardo si può citare l’arte cristiana o indù. L’intera arte cristiana è dominata dall’immagine di Cristo. Al contrario, un’arte ‘iconoclasta’ come quella islamica rifiuta di rappresentare il Divino in forma diretta, escludendo così le statue e le immagini che rappresentano la Divinità. La ragione di ciò è l’enfasi dell’Islam nel tawhid al suo più alto livello. Non è una religione basata nella manifestazione della Divinità, come nel caso degli avatara indù o di Cristo, che in un certo modo è un “avatar abramico”, giacché per i cristiani rappresenta la discesa e l’incarnazione della Divinità. L’Islam si colloca nella posizione della Divinità stessa, la pura Divinità, la Realtà Assoluta che non discende nel mondo delle forme, poiché facendolo cesserebbe di essere Assoluta. Non possiamo avere una forma o un’immagine diretta di Allah. E’ per questo che l’arte islamica si caratterizza per il suo tentativo di portare il Sacro nel mondo senza rappresentare direttamente la Divinità.

Quando entriamo in un tempio indù o in una chiesa, ciò che più attrae la nostra attenzione è una pittura, una statua o un’immagine la quale è la rappresentazione diretta della presenza divina. In contrasto, ciò che caratterizza la moschea è il vuoto, la mancanza di qualsiasi punto che possa esser preso come centro della presenza divina. Ogni elemento segnala in sé stesso la presenza divina, senza necessità di un oggetto, di una pietra, di una pittura o di un’immagine che rappresenti direttamente questa presenza. Questo semplice fatto produce una tipologia artistica completamente differente. La sua insistenza nell’Uno (al-Ahad) è il segreto della ricchezza dei disegni dei matematici nell’arte islamica. Questa natura iconoclasta dell’arte islamica inoltre è l’origine stessa dell’incredibile sviluppo della geometria e degli arabeschi; quindi, dalla prospettiva islamica, la forma geometrica è una rappresentazione del mondo celeste. Questa è la ragione per cui la filosofia islamica poté assimilare tanto facilmente l’idea pitagorica delle scienze matematiche. La geometria e le scienze matematiche rappresentano il mondo intellegibile, gli archetipi attraverso i quali Dio creò il mondo fisico nel quale viviamo. Dobbiamo insistere sul fatto che i disegni geometrici e i modelli matematici non avevano fini meramente decorativi, ma sono un mezzo per ricordare Dio, il centro che è sempre presente e che è una prova o una dimostrazione del famoso versetto coranico: “Ovunque vi voltate, lì è il Volto di Dio” (2: 115). Di fatto, l’arte islamica è l’applicazione di questo versetto, perché nella civiltà islamica tradizionale “ovunque ti volti, lì è il Volto di Dio”. Non puoi sfuggirne.

Il successivo principio dell’arte islamica è quello che potremmo definire come “realismo”, ma non nel senso datogli dall’empirismo britannico moderno. In questo caso utilizziamo il termine nel suo senso filosofico più tradizionale: “rimanere fedele alla natura della realtà”. La pittura islamica cerca di evitare di ingannare sé stessa e il suo pubblico, ovvero far apparire qualcosa ciò che non è, eludendo l’uso delle tre dimensioni. I matematici musulmani hanno sviluppato alla perfezione la possibilità di creare tre dimensioni nella pittura, ma mai l’hanno messa in pratica. Le tre grandi tradizioni miniaturistiche del mondo islamico – quella mongola, quella persiana e quella turca – hanno sempre utilizzato le due dimensioni, e appena comparirono in India le rappresentazioni tridimensionali attraverso i pittori olandesi, si produsse la decadenza della grande tradizione miniaturistica mongola (9). Lo stesso accadde nel caso della Persia, sebbene più tardi. La carta possiede due dimensioni. Fare in modo che sembri che possieda tre dimensioni è ingannare noi stessi. Questo significa non essere fedeli alla natura del materiale con il quale stiamo lavorando. Lo stesso accade nel caso della pietra, del mattone, dello stucco o di qualsiasi materiale con il quale lavoriamo. Le cose devono essere quelle che sono e devono rispondere alla loro vera natura. Per esempio le grandi cattedrali gotiche dell’Europa sono alcuni dei migliori esempi di arte sacra. Quando entriamo in una grande cattedrale come quella della Notredame di Parigi, solleviamo la testa e alziamo lo sguardo, poiché l’intera costruzione ti spinge verso il cielo. Nel contesto islamico tradizionale, questo è andare contro la natura della pietra, perché la pietra è pesante. L’Islam non cerca di fare questo. Appena entriamo in una genuina moschea islamica, troviamo il centro proprio lì. Le pietre non cercano di volare. I contrafforti e le pietre che volano non hanno spazio nell’arte islamica.

L’arte islamica originale è sempre realista, poiché cerca di mantenersi fedele al tema di cui si occupa e pretende di comprendere la natura della materia con la quale lavora. Si tratta dello stesso principio che ha impedito all’arte islamica di sviluppare il naturalismo. Secondo la prospettiva islamica, il realismo è tutto il contrario del naturalismo. L’arte islamica ha evitato il naturalismo precisamente perché questo cerca di far apparire le cose per quello che non sono. L’arte naturalista disegna un cavallo che è esattamente uguale a un cavallo nella strada, ma che non è quel cavallo. L’arte naturalista si è introdotta nell’arte islamica come risultato dell’arte europea che distrugge questo legame. Se si disegna un cavallo che è simile ad un cavallo, cosa si aggiunge alla realtà? Questo è proibito nell’Islam. Non è la pittura in generale, ma quella naturalista che è proibita nell’hadith che parla sul castigo dei pittori nel Giorno del Giudizio Finale.

 

L’Islam non si oppone alla pittura, ma a all’immagine della Divinità; si oppone al naturalismo. Nelle più belle miniature persiane del periodo safavide, che rappresentano l’apice di questo ramo dell’arte islamica, i cavalli non sembravano cavalli nelle loro stalle. Quale è la funzione dell’artista in questo caso? Egli dipinge il mondo spirituale, il mondo paradisiaco; non dipinge il mondo della natura né aspira ad essere naturalista. L’unica volta che i pittori musulmani hanno dipinto in maniera naturalista fu per motivi scientifici: rappresentare una pietra particolare in un libro sull’argomento, riprodurre il corpo umano in libri sulla medicina e l’anatomia. Questo era permesso. A parte questo, si supponeva che gli artisti musulmani non fossero naturalisti, giacché l’arte naturalista cerca di svolgere il ruolo di Dio, e come è ben saputo, l’Islam non ha mai permesso all’essere umano di volere la natura divina per sé stesso.

L’aspetto titanico e prometeo dell’essere umano sorse in Europa dopo il Rinascimento. Il suo esempio può esser visto nella statua del David di Michelangelo. Non si tratta del David dei Salmi, ma di un David erculeo con un’enorme testa, in lotta contro il cielo. Questo tipo di uomo mai si sviluppò nell’Islam, e per tanto non vi fu necessità di essere esagerati e mostrare il proprio ego. Così i più grandi artisti furono capaci di produrre le loro incredibili opere nel contesto di ciò che significa essere uomo. Non essere un altro Dio, creando, ma mantenersi sempre umile davanti a Dio, per essere Suo servo. E’ questo tipo di uomo che è riflesso nell’arte islamica. Una volta che l’immagine di sé stesso cambia, cambia anche tutta l’arte e la società.

Un altro principio molto importante dell’arte islamica è il significato dell’irrilevanza del mondo. Questo principio si basa sul versetto coranico più importante e la prima shahādah (dichiarazione di fede): lā ilāh illa Allāh (non vi è altra divinità al di fuori di Dio). Questa dichiarazione di fede può essere compresa ad ogni livello, dall’interpretazione più antropomorfica e popolare fino ad una comprensione più profonda e metafisica la quale afferma che non vi è realtà ad eccezione di Allah. Realtà significa Divinità. Artisticamente lā ilāh illa Allāh significa svuotare tutte le cose al di fuori di Dio della loro realtà relativa e ricondurre ogni realtà a Dio. E’ per questo che tale vuoto è pienezza per l’anima del musulmano. Ma perché è così importante per noi? Perché genera faqr, vale a dire povertà, nel senso spirituale della parola. Anche gli edifici più suntuosi del periodo safavide o mongolo, che sembrano essere così esuberanti – alcuni di essi con disegni d’oro, ecc. – non possiedono un lusso completamente mondano. La geometria, l’arabesco, i principi di intelligibilità e l’assenza del naturalismo controllano sempre questa esuberanza e lusso. La povertà è sempre preservata. Le prime moschee erano estremamente semplici ed è naturale che in misura della crescita di una civiltà, questa cresca dall’unità verso la molteplicità.

L’argomento superficiale che si utilizza solitamente a questo riguardo è che l’intera arte islamica si sarebbe allontanata dalla sua origine e che per questo non è necessaria. Ciò è inaccettabile. Questa argomentazione non riesce a comprendere il fatto che la mentalità e la psiche della gente in una civiltà, con la crescita di quest’ultima e il suo distanziarsi dal messaggio originale del tawhid, necessità sempre maggiormente la rappresentazione del tawhid nella molteplicità. Questa è la ragione per la quale l’arte islamica tradizionale va dalle semplici bianche sale da bagno o semplici stanze dei primi secoli dell’Islam fino alle moschee dello Shah o di Wazir Khan, e altre grandi moschee che, comunque, sono tutti esempi di arte islamica di prim’ordine. Tutto ciò non va contro la povertà, nel senso di essere coscienti della nostra indigenza di fronte ad Allah ed al fatto che ogni ricchezza proviene da Dio. Comprendere questo è indispensabile per comprendere l’arte islamica.

 

L’arte islamica è sempre stata non-individuale. Non vi è posto per esprimere l’individualismo. I principi trascendono gli individui e questo è ciò che trasforma l’artista. L’arte nel mondo islamico era anche una via di realizzazione spirituale. Molte delle persone che praticano la calligrafia, l’architettura, ecc., hanno aderito anche ad una disciplina spirituale. Si tratta di un’unione tra gilde artistiche e ordini sufi, nel mondo islamico, che ancora sopravvive. L’artista, come risultato della disciplina spirituale, non ha mai pretesto di proiettare semplicemente il proprio ego, né mostrare il suo individualismo per essere differente. Egli cerca di partecipare della realtà divina, e tutta la sua creatività proviene sempre da questo. Nell’Islam l’originalità ha sempre significato ritornare all’origine, non proiettare il proprio ego. Questa è anche la ragione per la quale non esiste nessuna divisione tra arte secolare e arte religiosa nell’Islam. C’è differenza tra arte tradizionale e arte sacra, che è al cuore della prima. C’è differenza anche tra la musica religiosa (come i canti degli ordini religiosi) e la musica secolare che veniva suonata ad esempio davanti a Jahangir, ma tutti i musicisti della sua corte erano sufi. Guardiamo anche la qualità di questa musica. Anche oggi , quando ascoltiamo Bismillah Khan, il famoso interprete di shahnā’ī, non possiamo non pensare a Dio. Questa non è musica secolare. L’intera divisione tra religioso e secolare è falsa. Se una persona opera per ravvivare le arti islamiche bisogna ricordare che la stessa parola “secolare” non esiste in arabo né in altre lingue islamiche. La parola dunyāwī non significa secolare. Significa mondano, sebbene oggi tutti la usino in quel senso. La categoria stessa del secolare non ha senso all’interno della civiltà islamica tradizionale e non esiste nessuna parola per esprimere questa idea. Questo dimostra che la divisione tra arte religiosa e arte secolare è priva di senso nella tradizione islamica.

Lasciatemi dire qualcosa sulla gerarchia delle arti, ora. Abbiamo menzionato i principi. Cos’è, allora, la gerarchia delle arti? In altre civiltà esiste una gerarchia differente; nel Cristianesimo, per esempio, la pittura religiosa occupa un posto più elevato, mentre nell’Induismo sono molto importanti le statue delle divinità. Nel caso dell’Islam, al contrario, le arti più elevate sono relazionate con la Parola di Dio. La natura della rivelazione islamica è basata sulla manifestazione del Mondo Divino in forma di parola e non attraverso un oggetto o un essere umano, come in altre religioni. Quindi la più alta forma di arte è quella della recitazione del Corano, salmodiare il Corano. E’ un’arte orale. Vi sono due arti visive che sono particolarmente relazionate con l’arte coranica. La prima è la calligrafia, che è la scrittura visiva della Parola di Dio. Questa è l’arte suprema dell’Islam. Poi le altre forme di arte visiva, dalle costruzioni ornamentali ai piatti per la zuppa. Voi non potete camminare in una città islamica senza vedere scritta la parola di Dio ovunque. L’incredibile bellezza dell’arte della calligrafia nell’Islam è molto più sviluppata che in ogni altra civiltà del mondo, anche rispetto a quella cinese o a quella giapponese, per la sua varietà delle forme. Rappresenta l’apice delle arti visive perché è l’arte della Parola di Dio. Tutti gli altri scritti procedono da questa.

Dopo la calligrafia, che occupa una posizione eminente, e complementare ad essa, vi è l’architettura, la creazione di luoghi nei quali risuona la Parola di Dio. Nell’ultima storia islamica le due arti erano sorelle, e molto dell’arte islamica degli ultimi 700 anni è una notevole combinazione di entrambe. Non solo nelle moschee ma anche nei palazzi. Che sarebbe stato dell’Alhambra senza l’ornamento lā ghāliba illa Allāh (Non c’è vincitore se non Dio)!

 

Oltre a queste due grandi arti, l’Islam possiede una categoria molto ampia di rapporti con l’arte (cosa vuol dire questa frase? ndt). Il criterio per giudicare l’arte risiede nella sua vicinanza all’anima umana ed all’effetto che produce su di essa. I limiti di tempo non mi permettono di entrare nei dettagli della gerarchia che si viene a creare attraverso l’applicazione dei principi e criteri a cui abbiamo brevemente fatto accenno. La cosa più vicina alla nostra anima è il nostro corpo. Tutte le arti devono quindi avere a che fare con il corpo. Prima di tutto l’arte dell’abito. L’abito è la cosa più vicina a noi dopo il nostro corpo. Quello che indossiamo influenza ciò che proviamo all’interno. La civiltà islamica classica ha prodotto i più bei vestiti maschili e femminili. L’abito maschile era sempre molto mascolino e quello femminile sempre molto femminile. La filosofia dell’abito nell’Islam era di mostrare la bellezza maschile e femminile, quest’ultima non essendo comunque destinata al pubblico. L’abito maschile faceva emergere il carattere patriarcale dell’uomo. Facilitava inoltre le preghiere. L’idea che la bellezza nella forma esterna dell’adorazione non è importante – importante è soltanto pregare – è falsa. E’ negare totalmente l’aspetto della jamal Divina.

 

 

 

NOTE

(1) Traduzione di un articolo apparso sul “Journal of the Iqbal Academy Pakistan”, vol. 43, nº 2, aprile 2002. Fonte: http://www.allamaiqbal.com/publications/journals/review/apr02/. Conferenza tenuta dall’autore a Lahore (Pakistan), nel 1995. Testo in inglese trascritto da Muhammad Suheyl Umar.

(2) Seyyed Hosseyn Nasr (Teherán, Iran, 1933) è Professore nel Dipartimento di Studi Islamici dell’Università George Washington. Filosofo ed esperto delle varie forme tradizionali, di sufismo, filosofia della scienza e metafisica, ha scritto molti libri sull’Islam, alcuni dei quali tradotti in italiano. Altri articoli dell’autore tradotti in italiano dalla nostra Associazione e presenti sul nostro sito: L’Islam e il problema della violenza; Il modernismo e le religioni comparate; Gesù visto attraverso l’Islam; Perchè i musulmani digiunano?; Una nota sui Jinn; Filosofia islamica: riorientamento o ricomprensione; Commento alla Sura al-Ikhlas; L’uomo e l’Universo.

(3) Cfr. S.Umar, “Titus Burckhardt”, in Iqbal Review, Vol. 40, nos 3-4, 1999, pp. 123-146.

(4) Cfr., Birr , p.115; Bukhari , Isti’dhān, 1. L’hadith dice quanto segue: “khalaq Allāhu ’l-Ādama ‘alā ṣūratihī”, vale a dire, “Dio creó Adamo a Sua immagine”, che significa che l’essere umano è un riflesso dei Nomi e delle Qualità Divine. Ma l’aspetto fisico esterno degli esseri umani non è mai considerato simile a Dio. Questo è kufr [miscredenza] secondo l’Islam. Molti sapienti sostengono che il citato hadith possiede un significato simile al versetto coranico che dice “Dio insegnò ad Adamo i nomi di tutte le cose” (2:31). In effetti tutte le cose sono presenti nell’essere umano, giacché Dio gli insegnò i nomi e realtà di tutte esse.

 

Traduzione a cura di Islamshia.org

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