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Domenica, 12 Aprile 2015 06:05

Italia: la buona scuola aspetta

Italia: la buona scuola aspetta
Un’indagine seria sull’agonia degli enti territoriali nostrani non può evitare di collocare la pretesa abolizione delle Province tra le armi del delitto, in una scena del crimine grande quanto l’Italia in una giornata qualsiasi.

Qualcuno deve aver pensato di affrontare le croniche patologie di casa nostra, conti in rosso, clientelismo e tutto il resto, buttandola sul marketing e sulla comunicazione efficace, una di quelle fisse che ha contagiato il mondo e che promette di risolvere i problemi usando esclusivamente le parole senza dar peso ai fatti.

Sulla carta non sarebbe stata nemmeno una cattiva idea quella di abolire le Province, snellendo così il mastodontico animale burocratico che fornisce nutrimento a gran parte della nostra classe dirigente, politica e amministrativa. Si tratta di una nutrita comunità, che danneggia l’impegno di molti pubblici impiegati onesti e che racchiude tutti coloro che hanno frainteso e hanno creduto che il lavoro sul quale si fonda la nostra Repubblica sia esclusivamente il lavoro degli altri. Era contro di loro e per contenere l’esorbitante emorragia di danaro speso per il grande Poltronificio Provincia, che si era pensato di abolirle.

Ma quando le astratte teorizzazioni si sono date appuntamento con la prassi, per vedere come reggeva il nuovo sistema alla prova dei fatti, ecco che è emerso un piccolo problema, una menzogna che l’uso della bassa retorica e il ricorso alla demagogia non avevano saputo nascondere: nessuno ha mai abolito le Province.

Se così non fosse, non si potrebbe spiegare come mai è rimasto in piedi tutto il corredo di funzioni tecniche delegate in materia di scuola, strade, trasporti pubblici, formazione e ambiente. Non solo le funzioni non sono state attribuite a Comuni o Regioni, ma gli enti di secondo livello continuano a nominare segretari, pur votandoli con la nuova legislazione frutto della riforma Delrio.

L’unico taglio compiuto dagli ultimi tre Governi è stato il taglio netto e spropositato, non degli stipendi dei funzionari, ma delle somme investite per il funzionamento delle scuole, della manutenzione delle strade e di altri servizi pubblici essenziali.

A poche settimane dall’uscita di quella simpatica pensata chiamata “La buona scuola”, che riuscirebbe anche nell’intento di tenerci tutti allegri, se non fosse che è un disegno di legge vero e non uno scherzo come speravamo, è forse il caso di andare a vedere come se la passano realmente gli istituti superiori italiani. Vi si riversano quotidianamente 2,5 milioni di ragazzi, divisi in 5 mila edifici sparsi per tutta la Penisola. Tra spese di manutenzione, spese di funzionamento ordinario e costi amministrativi, gli esperti stimano necessari dai 100 ai 150 milioni di euro, che però semplicemente non ci sono, né tra le casse delle Province né da nessun’altra parte.

Allora occorre arrangiarsi come si riesce e chiedere alle famiglie di voler contribuire al mantenimento delle scuole che stanno istruendo i loro figli. Poiché la nostra Costituzione stabilisce la gratuità dell’istruzione, non è consentito richiedere alle famiglie contributi obbligatori di nessun genere o natura, ed ecco che sempre più spesso si ricorre al contributo scolastico. Si tratta di contribuzioni volontarie con cui la comunità, con spirito collaborativo e buona volontà, partecipa all’ampliamento e al miglioramento dell’offerta formativa, ma che in questo caso vengono utilizzati per affrontare le spese più urgenti e permettere il regolare svolgimento delle lezioni.

A Verona, caso emblematico della profonda crisi degli istituti superiori, l’allarme rosso perdura da alcuni anni, tanto che, nel 2014, gli istituti non hanno avuto un solo centesimo per coprire le spese di funzionamento. Ce lo conferma Arianna Vecchini, membro del Coordinameto dei genitori delle scuole medie di Verona: “Gli istituti hanno dovuto coprire con un anticipo di cassa queste spese inderogabili, ricorrendo al contributo volontario delle famiglie. Sono anni che andiamo avanti così: i soldi che dovrebbero servire per l’ampliamento dell’offerta formativa vengono utilizzati per sopperire alle carenze dello Stato. Ma la situazione non è mai stata così drammatica”.

Le fa eco Luigi Oliveri, dirigente dell’amministrazione provinciale di Verona: “Siamo di fronte a una riforma dislessica: ci hanno svuotato di risorse, non di competenze”. La legge Delrio, tanto contorta da essere stata soprannominata legge Delirio, riafferma tra le funzioni fondamentali dell’ente Provincia il mantenimento degli istituti superiori, senza però indicare con quali fondi ottemperarle.

Allora ecco che la Provincia di Verona si vede costretta a inviare una nota per arginare la protesta dei presidi e affidandosi a poche parole chiarisce che le responsabilità della mancanza di fondi, stanno altrove: “Prendiamo atto delle vostre comprensibili problematiche contabili, ma non abbiamo possibilità di comunicare l’ammontare delle risorse per le spese di funzionamento. E non è dato sapere se e quando sarà eventualmente possibile provvedere”. Lo stesso Oliveri chiarisce che non c’è stata alcuna “conflittualità” con le scuole, che hanno ben compreso le ragioni della Provincia di Verona.

La realtà degli istituti veronesi è la stessa di molte altre città italiane, al Nord come al Sud, e non ci sono elementi per poter pensare che siano nubi passeggere.

Le parole della legge non sono mai parole leggere e passeggere, di quelle che si possono semplicemente cancellare evitando di pagare il disastro che hanno procurato.

Non basta chiamare “La buona scuola” una proposta di legge perché sia una proposta realmente valida, allo stesso modo non è corretto sostenere l’abolizione delle Provinci solo per giustificare tagli ai servizi essenziali, che è quello che abbiamo fatto.

Tutti questi sono solo slogan che creano aspettative che inevitabilmente verranno disattese. Soprattutto è per il loro tramite che noi trasformiamo il nostro spazio pubblico in uno spazio pubblicitario, un pericoloso contenitore dove tutti siamo destinati a perdere, dove il diritto si mescola alla demagogia e smette di essere giusto. La scuola è il luogo di aggregazione e formazione per eccellenza, è quell’aula in cui tutti siamo diventati italiani, a prescindere dal paese o dalla regione in cui siamo nati. Forse dovremmo tenere più a cuore le cose che ci rendono una Nazione.

di Adelaide Conti

Fonte: ilfarosulmondo.it

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