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Domenica, 27 Dicembre 2015 22:40

Parte (11): il filosofo Abu Nasr Farabi'

Parte (11): il filosofo Abu Nasr Farabi'
Salve cari amici e benvenuti all'appuntamento di questa settimana con "iraniani famosi". Seguendo il programma di oggi conoscerete uno dei più noti filosofi iraniani e musulmani della storia ovvero Farabì.
Abu Nasr Mohammad ibne Mohammad Farabì nacque nel 257 dell'egira lunare ossia nell'870 del calendario cristiano nella località di Farab.

Motivo di contesa tra gli studiosi e' il luogo preciso dove egli nacque; infatti una cittadina dal nome Farab si trova vicino ad Atra, nell'odierno Kazakistan mentre vi e' anche una cittadina dal nome Faryab che si trova nel Khorasan storico, ed oggi si trova nel territorio dell'Afghanistan.
Anche se il luogo di nascita di Farabì, qualunque sia la versione esatta, e' al di fuori dei confini dell'Iran odierno, per via dell'estensione dell'Iran al tempo, Farabì, era iraniano sia di padre che di madre. Il padre era uno dei soldati dell'esercito persiano.
Lo storiografo arabo "Ibne Abi Uzayba" nel libro "Insan al Oyun", scrive che Farabì era persiano.
Ibne Nadim nel suo libro Al Fehrest, e come lui anche Asshahruzi, che visse nei dintorni del 1288 cristiano, lo presentano come iraniano.
Ciò può essere dedotto anche dal fatto che Farabì scriveva in persiano ai margini di molte delle sue opere; lui però non usa mai il turco nelle sue opere; semmai usa quà e là la lingua della Sogdiana, che era parlato nella sua città d'origine.
Sono innumerevoli anche le fonti straniere che confermano il fatto che Farabì fosse iraniano. Il professor Clifford Edmund Bosworth, dell'università di Oxford, scrive che grandi personaggi come Farabì, Birounì e Avicenna sono stati ritenuti turchi per errore e a seguito di alcune falsificazioni ma che chiaramente erano tutti iraniani.
Il primo a definire turco Farabì fu il magistrato iraqeno Ibne Khallikan che aggiunse al cognome di Farabì anche "Al Turk" mentre in vita egli non aveva mai avuto tale cognome; ed infatti nell'enciclopedia iranica, il professor Dimitri Gutas critica fortemente Ibne Khallikan per questa falsificazione storica ricordando che Farabì scriveva in persiano, arabo, sogdiano e persino in greco ma mai in turco.

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Il famoso letterato persiano Ali Akbar Dehkhoda, citando l'altro studioso iraniano Badiozzaman Foruzanfar scrive: "Non e' stata ritrovata alcuna fonte che parli del periodo dell'infanzia e della giovinezza di Farabì. Ibne Abi Usaibia, letterato del settimo secolo dell'egira, cita due notizie contraddittorie sul suo conto: la prima e' che Farabì all'inizio era il guardiano di un giardino a Damasco e secondo il fatto che da giovane divenne magistrato ma che lasciò la carriera di giudice per effettuare gli studi teologici".
In effetti ciò che si sa di sicuro e' che da giovane lui si dedicò allo studio della filosofia e della teologia e che si spostava di città in città per apprendere queste scienze laddove c'erano grandi scuole.
Si narra che avesse 40 anni quando giunse a Baghdad per studiare. In quel momento della sua vita Farabì era già un maestro di grammatica araba, diritto islamico e scienza della conoscienza dei Hadith, i detti del profeta dell'Islam ma non era ancora bravo in filosofia. A Baghdad lui apprese questa materia dal maestro "Matteo ben Yunis" e dopo si trasferì a Harran, a sud-est dell'odierna Turchia dove studiò sempre filosofia presso il maestro Giovanni ben Hailan.
Sin dall'inizio, la sua intelligenza fuori dal comune attirò su di lui l'attenzione generale e dopo il termine degli studi a Harran, quando tornò a Baghdad, lo circondarono una serie di allievi e studenti tra i quali citiamo il filosofo cristiano Isaia bin Ouday.

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Nel 941 d.C. Farabì giunge a Damasco divenendo uno degli studiosi del palazzo del governatore Seif al Dowlè Hamdani. Lo scienziato persiano si spegne nel 950 d.C. all'età di 80 anni. La sua morte e' tragica. Quando decide di recarsi ad Ashkelon, a sud dell'odierna Palestina occupata, viene circondato dai ladroni che oltre a volergli sottrarre i suoi averi decidono di ucciderli. E' così che Abu Nasr Farabì impugna la sua spada e muore combattendo contro di loro. Il governatore di Damasco, dopo che seppe dell'accaduto, fece riportare nella città il corpo dello scienziato e lo seppellì lì con tutti gli onori.
Secondo gli storiografi islamici Farabì era un uomo molto pio e timorato del Signore e viveva molto umilmente, addirittura come i dervisci e dedicava tutto il suo tempo allo studio ed all'apprendimento delle scienze umane. Infatti, anche se il governatore di Damasco aveva stabilito per lui uno stipendio molto elevato, Farabì si accontentava di soli 4 dirham al giorno.
Oltre alle scienze umane, di cui abbiamo parlato, Farabì era molto bravo anche in discipline come la matematica, la chimica, al tempo detta alchimia, l'astronomia, le scienze militari, la musica e la medicina.
Anche se il primo filosofo islamico fu Yaghub Ibne Ishaq Kendì, questui non riuscì a porre le basi di una dottrina filosofica mentre Farabì riuscì in questa impresa.
In pratica fu lui che pose le basi della filosofia tra i musulmani e proprio per questo Avicenna, che oltre ad un grande medico fu anche un pregievole filosofo, considera Farabì suo maestro.
Per capire la grande importanza del personaggio di Farabì basta leggere questa descrizione di lui fatta dal celebre Avicenna:
"Lessi per quaranta volte il libro "Metafisica" di Aristotele ma non riuscii a comprendere bene il senso dell'opera. Dopo però vidi nel mercato un libro di Abu Nasr Farabì che era proprio una spiegazione della "Metafisica" di Aristotele. Dopo averlo letto compresi a fondo quel libro e fui molto felice".
Nella tradizione filosofica, dopo Aristotele, soprannominato "primo maestro", Farabì venne detto "secondo maestro" o in arabo Muallim al Thani.
Ciò perchè fu anche grazie al suo lavoro che la filosofia sperimentò una rinascita e continuò a vivere per arrivare fino al rinascimento ed ai giorni nostri.
Nel periodo di Farabì, ovvero nel decimo secolo cristiano, la questione della creazione del mondo era il tema centrale del dibattito dei filosofi.
Farabì era influenzato dalle opere dell'antichità greca, già presenti e già tradotte al suo tempo e nella sua opera "Città Virtuosa" (Madinat al Fazila), descrive una società ideale dal suo punto di vista, dove le leggi islamiche dominano e la gente si ama e si comporta bene seguendo gli insegnamenti islamici.

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