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Giovedì, 14 Gennaio 2016 14:06

Parte (19): la parabola del servo di un unico padrone e del servo di piu' padroni

Parte (19): la parabola del servo di un unico padrone e del servo di piu' padroni
Monoteismo, in arabo Tawhid, significa sentenziare l'unicità di qualcosa e nel gergo islamico si riferisce chiaramente all'unicità del Signore. Secondo i filosofi e pensatori islamici, essere al corrente dell'unicità di Dio, proclamarlo e ritenere il Signore senza eguali nelle sue peculiarità sono l'esito della fede nel Monoteismo. L'Islam intero e' come un edificio costruito sulla base del Monoteismo e questo concetto e' praticamente l'asse del pensiero e della logica islamica. In generale il Monoteismo e' il fulcro delle religioni abramitiche. Ora però passiamo ad uno dei versetti del Corano che vuole proprio far comprendere ai fedeli l'importanza del concetto del Monoteismo. Una breve pausa e lo leggiamo insieme...

 

Iddio l'Altissimo nel 29esimo versetto della sura Zumar (Dei Gruppi), ricorda:

Allah vi propone la metafora di un uomo che dipende da soci in lite tra loro e di un altro che sottostà ad un [unico] padrone. Sono forse nella stessa condizione? Lode ad Allah, ma la maggior parte degli uomini non sanno. (39:29)

Questa parabola del Corano mira a far conoscere alla gente la differenza tra il Monoteismo e la Miscredenza. In questa parabola la persona miscredente viene paragonata ad uno schiavo che appartiene a più padroni che sono in lite tra di loro e che danno ordini diversi e talvolta contrastanti allo schiavo rendendogli difficile la vita. Invece, la persona Monoteista, e' come uno schiavo che ha un'unico padrone e pertanto ha dei doveri ben precisi.

Allo stesso modo, i politeisti che adorano più di una divinità, hanno una vita senza un piano preciso. Non sanno presso chi trovare rifugio e a chi rivolgersi; ogni giorno devono credere in qualcosa di nuova, ogni istante devono riporre speranza nell'aiuto di un nuovo dio. Questa gente non ha ne appoggio ne serenità.

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Un giorno un uomo si recò dal profeta dell'Islam e gli chiese quale fosse il livello più elevato della scienza e del sapere. Il messaggero di Dio rispose: "La conoscenza di Dio al livello che e' degno di Lui". E poi aggiunse: "Il fatto che tu sappia che Dio non ha consimili e affini e che tu lo conosca come l'unico essere da adorare, il Creatore, il Possente, il Primo, l'Ultimo, il Palese, il Nascosto, colui che non ha simili; e' questa la verità su Dio".

Nella storia degli albori dell'Islam ritroviamo, nell'ottavo anno dell'egira, la vicenda della tribì dei Thaqif che erano miscredenti fino a che si recarono a Medina dal profeta e dissero: "Noi siamo disposti ad accettare l'Islam ma a due condizioni: la prima e' quella di poter proseguire con l'adorazione del nostro dio Lat per tre anni e poi a condizioni di non pregare".

Il profeta dell'Islam (s), respinse categoricamente entrame le condizioni dato che la prima condizione era una dimostrazione della Miscredenza e la seconda una violazione dell'autentico Monoteismo; il profeta poi disse a quella gente che una religione "senza preghiera", non avrebbe portato alcun bene.

In un altro periodo della sua vita, i politeisti della Mecca dissero al profeta di accettare per un anno la loro religione e che dopo pure loro avrebbero accettato per un anno il suo culto. Il profeta rispose dicendo: "Mi rifugio in Dio dall'accomunargli soci e consimili".

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Tornando alla parabola della sura Zumar, colui che crede in un solo Dio e' come lo schiavo che ha un solo padrone e che pertanto sa precisamente ciò che deve fare e non rimane smarrito.

Allo stesso modo chi adora solo Dio e' in pace con se ed ha una vita serena. Secondo gli iterpreti sciiti il modello più completo di Monoteismo dopo il profeta e' quello dell'Imam Alì (la pace sia con lui) o addirittura quell'uomo che in questa parabola e' schiavo di un unico padrone, e che cioè adora solo Dio, e' proprio Alì, il primo Imam degli sciiti e secondo i sunniti il quarto dei califfi ben guidati.

L'Allamè Aminì, nel suo libro Al Qadir, presenta almeno 10 testi sunniti che confermano che questo verso si riferisce all'Imam Alì (la pace sia con lui).

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