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Mercoledì, 15 Luglio 2015 08:49

Parte (13): la parabola del proprietario del frutteto

Parte (13): la parabola del proprietario del frutteto
Una delle parabole abbastanza articolate del Corano e' quella del "proprietario del frutteto". Nella tradizione islamica le parabole non hanno "un titolo" come magari e' più usato per quanto riguarda il Vangelo ma in ogni caso il testo sacro comunicato da Dio al suo ultimo messaggero ne contiene alcune. Quella dell'uomo proprietario del frutteto, di cui parliamo oggi, viene citata tra i versetti 32 e 43 della sura al Kahf o della Caverna.Ecco l'inizio della vicenda narrata nei versetti 32 e 33:

"Proponi loro la metafora dei due uomini: ad uno di loro demmo due giardini di vigna circondati da palme da dattero, separati da un campo coltivato. Davano il loro frutto i due giardini, senza mancare in nulla e, in mezzo a loro, facemmo sgorgare un ruscello". (18:32,33)

Questa parabola e' rivolta a due gruppi di persone; coloro che nella vita sono stati fortunati ed hanno ricevuto dal Signore un'enorme ricchezza ma che gli sono ingrati e che pertanto peccano e sono superbi; l'altro gruppo a cui si riferisce questa parabola e' quello dei poveri che nella vita non hanno avuto molto e che vengono umiliati e presi in giro dagli altri per via della loro situazione indigenza; poveri che però, credono in Dio e nell'aldilà ed ambiscono alla felicità ed alla ricchezza stabile ed eterna dell'altra vita.
La parabola inizia con la descrizione di due giardini di vigne bellissimi, circondati da palme, con un ruscello che sgorgava all'interno di essi. Il Corano spiega che il proprietario di questi due giardini ad un certo punto venne preso dalla superbia e disse che ormai era impossibile che quel giardino così bello e rigoglioso potesse mai conoscere la rovina; per questo definì "eterno" il suo giardino ed "eterna" la sua ricchezza e si vantò con il suo amico povero che invece non aveva nulla.
Dopo aver detto tutto ciò il proprietario del giardino disse qualcosa di ancor più grave:

"Non credo che verrà mai l'Ora (il Giorno del Giudizio) ed anche se verrò ricondotto dal mio Signore, certamento troverò qualcosa di meglio che questo giardino". (18:36)

In pratica l'uomo rinnegò il Giorno del Giudizio e poi sempre con grande presunzione disse che se anche ci sarà un'altra vita, anche lì sarebbe stato lui ad avere una condizione migliore per via della sua ricchezza. Purtroppo gli averi mondani possono condurre ad un simile stato di insolenza e superbia le persone. Queste credono ad un certo punto che beneficiare della ricchezza e dei doni divini sia un loro diritto e non una fortuna che hanno avuto. Per questo diventano ingrate e si credono superiori in se e per se, alcune volte si credono di una razza migliore, dei prescelti, sia in vita che nell'aldilà.
Queste persone dimenticano che l'aldilà e' l'esito di questa vita ma non la continuazione di essa; le persone vengono messe dinanzi all'esito delle loro azioni e non vengono giudicate sulla base della loro ricchezza; l'altra questione molto importante, che talvolta sfugge, e' che in quel giorno ognuno deve rispondere dei doni ricevuti in vita e la ricchezza e' uno di questi; insomma, spiegare come e in che modo ha impiegato ciò che Dio gli aveva donato.
L'altra questione da chiarire è che qualsiasi capacità o facoltà che l'uomo ha e' un dono da parte di Dio e non un qualcosa che spettasse all'uomo di diritto; Dio non era in debito con nessuno prima di creare e quindi tutti devono essere grati per ciò che hanno avuto, a cominciare dall'esistenza stessa.
***

Nel resto della parabola al ricco proprietario del giardino il suo amico povero, però, risponde ricordandogli i suoi errori; gli spiega che la ricchezza e' da attribuire a Dio e che per questo bisogna ringraziarlo. L'uomo povero spiega che il suo amico ha solo messo il seme in terra aspettando, ma la verità e' che Dio ha creato il seme stesso ed ha posto in esso la qualità di crescere e di trasformarsi in albero ed e' sempre Lui che manda l'acqua, il sole, il vento e tutto ciò che e' necessario per lo sviluppo delle piante. L'amico povero spiegò quindi che tutto ciò che il suo amico aveva proveniva da Dio.
In generale, qualsiasi sia l'avere di noi uomini, in ogni caso e' tutto appartenente al Signore e noi siamo in pratica dei proprietari virtuali.
L'uomo povero, come narra la parabola, dice al suo amico che Dio e' in grado di dare a lui che non ha nulla una ricchezza ancora maggiore e distruggere la sua fortuna.
Le raccomandazioni dell'amico povero e credente però non servono e così lui prosegue ad essere superbo e a rinnegare la verità. E fu così che Dio lo castigò e fece in modo che tutte le piante del suo giardino morissero.
Dopo questo evento l'uomo ingrato comprese il proprio errore e chiese perdono al Signore ma a quel punto pentirsi non serviva più a nulla.

La parabola del proprietario del giardino, nella sura della Caverna, comprende dodici versetti ed e' una delle più lunghe del Corano. Con un linguaggio semplice e comprensibile, spiega una questione molto importante, ossia la totale nullità delle cure di questo mondo.

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