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Venerdì, 30 Maggio 2014 05:28

Fiabe persiane (67): l'uccello che lascio' lo stormo(3) + proverbio "Non si puo confermare una bugia celeste"

Fiabe persiane (67): l'uccello che lascio' lo stormo(3) + proverbio "Non si puo confermare una bugia celeste"
Nel nome di Allah che con Saggezza infinita, scrisse la fiaba che noi chiamiamo vita. Anche questa settimana è giunto il momento dell'appuntamento con la narrativa persiana e come sempre ci sono per voi prima un'antica fiaba persiana e poi la storia che ha dato vita ad un proverbio popolare persiano.

C'era taluno, non c'era qualcuno, oltre al buon Dio non c'era nessuno.

Nelle due puntate precedenti abbiamo detto che un uccello si allontanò dal suo stormo alla ricerca di un luogo ideale per la vita di sè e dei suoi amici. Giunse in una prateria bellissima e vide un cacciatore che si era ricopero con rami e foglie. L'uccello capì che si trattava di un uomo, ma il cacciatore, che sperava di far cadere l'uccello nella sua trappola ed attirarlo con dei chicchi di grano si finse un eremita ritiratosi in quel luogo solitario per pregare.

L'uccello gli disse che sbagliava e che doveva vivere con gli altri umani e non da solo, cosa che irritò il cacciatore ma che non lo diede a vedere.

Quando l'uccello vide i chicchi di grano della trappola volle mangiarli ma il cacciatore, per furbizia, e per rendere ancora più ardente il desiderio nell'uccello, glielo proibì ed alla fine disse a lui che doveva dargli una garanzia, prima di mangiare quei chicchi.

Ma ora ecco il seguito della storia.

***

L'uccello disse: "Io voglio mangiare questi chicchi di grano".

Il cacciatore disse: "Sono degli orfani ed è peccato mangiarli. Sono da me in custodia".

L'uccello rispose: "I viaggiatori stanchi ed affamati possono usare questi chicchi. Sono sicuro che pure Dio sarà felice che io ne mangi qualcuno".

Il cacciatore disse: "Il peccato sarà tuo e quando verranno i proprietari dei chicchi dovrai dire loro di averli mangiati tu".

L'uccello annuì ma il cacciatore incalzò: "Non basta dire di sì. Mi devi garantire che ti assumerai la responsabilità di questo. E per rassicurarmi devi darmi una garanzia. Darmi qualcosa che possa garantire che non ti rifiuterai di testimoniare".

L'uccello disse: "Ma quale garanzia? Io non ho nulla con me da darti".

Il cacciatore rispose: "Questo è un tuo problema, a me non importa, ma ci vuole una garanzia".

A questo punto, il cacciatore, che aveva attuato alla perfezione il suo perfido piano diede uno sguardo all'uccello e fingendosi pensoso disse: "Amico, forse ho trovato la soluzione. Puoi affidare a me te stesso come garanzia".

"Che vuol dire?", chiese l'uccello.

"Significa che puoi andare lì e mangiare i chicchi di grano, e mangiarne quanti ne vuoi, ma puoi devi rimanere lì in modo che quando arriveranno gli orfani proprietari dei chicchi, tu potrai dire loro di averli mangiati e che non sono stato io a rubarli".

L'uccello accettò ed entrò nella trappola ma dopo aver mangiato pochi chicchi la rete si chiuse e l'uccello rimase intrappolato.  Solo in quell'istante l'uccello capì "che genere di inganno" fosse stato usato contro di lui. Pensò che tutte quelle parole sul fatto di essere eremita, di pregare il Signore, la morte del vicino, che i chicchi erano degli orfani ed ecc... erano solo fandonie inventate per ingannarlo. L'uccello iniziò a dannarsi l'anima e a dirsi: "Cosi tu impari a fare il ficcanaso; ma cosa mi doveva importare un umano ricopetosi di rami; ma cosa mi importava consigliargli come vivere; mi merito di essere mangiato".

A questo punto però iniziò a parlare il cacciatore:

"Hai visto che pur essendo intelligente sei caduto nella mia tappola? Così impari a non dare consigli agli altri".

L'uccello tirò un ampio respiro e rispose: "Sì, un uccello dal cuore puro come me che cerca di dare consigli a falsi eremiti si merita una fine così. Ma sappi che ad ingannarmi sono state le tue bugie ed io in questo senso ho almeno la coscienza pulita".

Il cacciatore disse: "Ti sbagli di nuovo! A portarti verso la fine non sono state le mie bugie e nemmeno il tuo cuore puro come dici tu. Ma hai commesso un grave peccato che ti ha fatto cadere in trappola".

L'uccello chiese: "Quale peccato".

Il cacciatore disse: "Hai commesso due grandi peccati. Il primo peccato era che per sfamarti, hai cambiato la legge di Dio ed hai detto che cibarti della proprietà degli orfani non è illegale. Il secondo peccato è che dopo aver cambiato la legge l'hai pure messa in atto mangiando di quel grano".

Il cacciatore disse: "Pertanto vedi che ad incastrarti non sono state le mie bugie ma i tuoi stessi peccati. E come terzo peccato potrei citare pure la tua ipocrisia".

"Perchè", chiese l'uccello.

"Perchè quando mi volevi dare consigli sulla religione eri bravo e parlavi della fede e del Signore, ma quando dovevi dimostrare in pratica la tua fede, ti sei messo a mangiare il cibo degli orfani".

L'uccello abbassò la testa comprendendo che il cacciatore aveva ragione.

Il cacciatore però aveva ancora qualcosa da dire: "Approposito, non tutto quello che ti ho detto era bugia! Il nostro vicino di casa è morto veramente e questi chicchi di grano sono davvero proprietà dei suoi orfani. Me li hanno dati in modo che io possa catturare qualcosa e portarlo a casa loro per cena".

***

E dopo questa bellissima fiaba del Masnavi Maanavì, il Poema Spirituale del poeta classico persiano Rumi, ora è la volta del proverbio di questa settimana.

"Non si può confermare una bugia celeste". Ma ora vediamo cosa significa questo simpatico proverbio.

Un giorno due persone che non avevano nulla da fare divennero amiche.

Il primo disse: "Per consolidare la nostra amicizia dobbiamo viaggiare insieme".

Il secondo disse: "Ma sai fare qualcosa? Non si può viaggiare senza un soldo in tasca".

Il primo disse: "Il mio mestiere e creare bugie. Dovunque incontriamo qualcuno gli raccontiamo delle bugie e così cerchiamo di farci dare un pò di soldi".

Il secondo disse: "Bene! Mi piace il tuo mestiere. Dovunque tu dirai qualche bugia io dirò qualcosa e farò in modo che tutti credano quel che dici".

I due s'incamminarono finchè arrivarono ad un villaggio. Radunarono intorno a se alcune persone ed iniziarono "a lavorare".

Il primo disse: "Un giorno ero andato a cacciare. All'improvviso vidi un cervo. Sparai un colpo con il fucile. Il cervo era di quelli che scappava veloce come un lampo. Ma io riuscii a colpirlo. Quando però lo raggiunsi per prenderlo vidi qualcosa di incredibile".

"Che cosa?", disse la gente.

"Vidi che la sua carne era arrostita. Ed io mi misi direttamente a mangiare".

La gente guardò incredula quando il secondo amico disse: "Ma di fatto è un qualcosa di probabile. È probabile che il cervo fosse su dei rami secchi e che li ci fosse anche della stoffa e che quindi quando questo signore ha sparato col fucile si è acceso un fuoco che ha arrostito la carne del cervo". La gente non ci credeva lo stesso ma la spiegazione del secondo amico aveva reso più credibile la grande bugia del primo amico.

I due proseguirono il cammino ed arrivarono nel secondo villaggio. Anche lì radunarono la gente e si fecero dare delle monete. Quindi il primo amico raccontò la sua storia incredibile. "Io una volta colpii con il mio fucile una pernice che volava. Dopo averla colpita questa cadde in lontananza e camminai un pò prima di raggiungere il luogo dove era caduta. Ma quando arrivai vidi una cosa incredibile?".

"Che cosa?", chiese la gente.

"Vidi che era pronto uno stufato di pernice".

La gente si mise a ridere e nessuno credette minimamente a quella bugia così grossa. Persino il secondo amico fece silenzio. I due rimasero presto soli. Il primo amico protestò con il secondo e disse: "Io ho inventato quella bugia con tanta difficoltà ma tu non hai fatto bene il tuo lavoro. Non hai detto nulla in sostegno a me".

"Ma non potevo".

"E perchè non potevi?".

"Perchè, disse il secondo amico, tu hai inventato una bugia celeste. Dovevi inventare una bugia terrena".

"Ma che differenza fa'", disse il primo amico.

"La differenza è che sulla terra io potevo dire che le cose che servono per fare lo stufato si trovavano nei paraggi e così via...ma in cielo, come potevo dire che in cielo, dove voleva la pernice, tutto questo si trovava?".

Da allora in poi, quando qualcuno dice una bugia molto grossa alla quale non si può credere per nessun verso, gli iraniani dicono: "Non si può confermare una bugia celeste".

***

"Siamo scesi e c'era l'acqua, siamo saliti e c'era il cielo, fino alle prossime fiabe, che Dio vi protegga!".

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