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Petrolio: anche l’ENI obbedisce a Tel Aviv Stampa
Sabato 06 Febbraio 2010 23:46

ROMA - L’Ente Nazionale Idrocarburi italiano è costretto a seguire i diktat Usa-Israele.

Non si è ancora spento l’eco delle servili dichiarazioni del Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi a favore d’Israele, che il solerte Ministro degli Esteri Franco Frattini dichiara che “saranno bloccati nuovi investimenti italiani nel settore petrolifero e gas in Iran”, inoltre verrà data ogni informazione possibile ad Israele sull’interscambio Italia-Iran. Una notizia del genere in ogni nazione sovrana, ma l’Italia non lo è dal 1945, avrebbe come minimo provocato una crisi di governo, l’opposizione avrebbe chiesto spiegazioni e subito dopo le dimissioni del ministro degli affari esteri. Ma tutto ciò non è avvenuto, ne potrebbe avvenire diversamente vista la sudditanza dei due schieramenti parlamentari alla politica estera USA–Israele anche a costo di andare contro gli interessi economici nazionali. Si perché l’Italia a differenza di altre nazioni europee ha una lunghissima tradizione di collaborazione in campo petrolifero con l’Iran,come vedremo in seguito, e le ripercussioni possono essere solo negative vista la mole degli investimenti fatti nella trivellazione e sfruttamento dei giacimenti iraniani, che sono di proprietà del governo, ma dove le società straniere possono accedervi investendo liberamente nell’estrazione. L’ENI, che è già fonte di preoccupazione per gli USA a causa dei suoi stretti rapporti con Gazpron russo e con molti Paesi produttori di petrolio, per voce di Umberto Scaroni ha invece dato l’immediata disponibilità a incontrare l’amministrazione israeliana per “dimostrare che è d’accordo con l’interrompere gli investimenti in Iran”, dando prova d servilismo, anche per un marchio importante come ENI. L’Ente Nazionale Idrocarburi ha in ballo importanti lavori con Teheran. Gli investimenti nel grande giacimento di South Pars 4 & 5 sono pari al 60%, gli altri sono della francese Total e della norvegese Statoil e dal 2001 la società italiana ha speso oltre 3 miliardi di dollari per costruire le piattaforme offshore, assieme ad una grande raffineria nel Sud del Paese, mentre a Darquein è impegnata in onshore. L’ENI partecipa anche al grande giacimento Dorood con il 45%. Ora per assecondare l’arroganza di Tel Aviv si rischia di distruggere anni di fattiva collaborazione nel settore petrolifero, che hanno visto l’Italia presente fin dagli anni”50. Era il 1957 , quando l’ENI dopo il netto rifiuto delle compagnie USA e GB a partecipare al costituendo Consorzio iraniano, prese una decisione di portata storica, che andava contro gli interessi della compagnie angloamericane. Enrico Mattei perfezionò con l’Iran un accordo innovativo: ENI e National Iranian Oli Company portarono alla nascita della Societe Irano-Italienne des Petroles( 8 settembre 1957), avente come obiettivo la ricerca e la produzione di petrolio. I proventi derivati dal petrolio sarebbero stati suddivisi per il 50% allo Stato iraniano ed il restante 50% ripartito tra Eni e Ente Petrolifero di Stato NIOC. Quindi all’Iran andava il 50% più il 25%, portando il totale al 75%. La vecchia ripartizione del 50& 50%, tanto cara alle “sette sorelle” del petrolio, veniva di fatto scardinata. Questo nuovo concetto introdotto da Mattei, che pagò poi con la vita l’aver minato il potere delle grandi Corporation, riconosceva finalmente ai produttori un ruolo non solo di semplice affittuario dei pozzi, ma li rendeva al tempo stesso responsabili degli stessi e partecipi dell’attività di ricerca e tecnologica negli impianti. Non più sfruttatori e sfruttati, ma collaboratori. L’accordo fu siglato il 14 marzo 1957 tra ENI e NIOC. Ancor oggi una grande foto è presente negli uffici della NIOC, la compagnia petrolifera iraniana e mostra i tecnici italiani al lavoro sui Monti Zagros. La collaborazione più che proficua tra Italia e Iran si rafforzò ulteriormente alla fine degli anni novanta, quando la Repubblica Islamica dell’Iran chiuse la porta alle imprese statunitensi e britanniche, lasciando spazio alle compagnie europee. Gli Usa cercarono allora ogni mezzo per sabotare ed impedire l’attività dell’ENI e delle altre compagnie europee, invocando il rispetto dell’Iran-Libya ACT e Washington fece notevoli pressioni sull’Italia, ma gli accordi vennero firmati ugualmente. Ma oggi le cose sembrano aver preso la piega che gli Stai Uniti e i loro alleati volevano già da allora, una rivincita a lungo rincorsa, che si fa forte del “partito amerikano” presente in Italia, formato da uomini del mondo politico , economico e della finanza, legati a filo doppio ai poteri d’oltre oceano, che vengono sapientemente pilotati contro gli interessi della nazione. L’Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è occupata militarmente dalle Forze Armate USA, questo è un dato di fatto, anche se ancora qualcuno crede nella favola della lotta partigiana, mentre gli Stati Uniti ne hanno fatto terra di conquista, spacciandosi prima per liberatori, e poi mediante la Nato come alleati, ma almeno fino agli inizi degli anni “90, in campo economico vi era ancora una discreata indipendenza e la presenza dello Stato era rassicurante, in particolare modo nei settori cosiddetti strategici. Poi dopo la riunione semi segreta avvenuta sul panfilo reale Britannia, il 2 giugno 1992, alla quale presero parte esponenti della City, la stessa regina Elisabetta e personaggi del mondo economico italiano (era presenta anche l’attuale Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, uomo Goldman Sachs, allora ministro del Tesoro), si parlò di privatizzazioni, ovvero del processo di svendita e distruzione del patrimonio industriale italiano in varie tappe, che includevano ferrovie, industria pesante, cantieristica, alimentari, telecomunicazioni, banche... ecc. ed oggi questo processo è ancora in atto. Successivamente anche l’ENI fu messa sul mercato, troppo scomoda era la sua presenza nei Paesi produttori con la sua vocazione alla cooperazione e non alla rapina degli altri popoli. Ora i nodi sono arrivati al pettine, da una parte si cerca di danneggiare l’Iran, bloccando una collaborazione internazionale importante, dall’altro lato si ridimensionano le potenzialità della nostra compagnia petrolifera. Ma come spesso insegna la Storia a volte le cose possono mutarsi e gli assetti politico economici dati per consolidati,posso cadere rovinosamente e con essi i loro complici. Un vento nuovo spira dall’ America Latina, dall’Iran e da tutti i popoli che non vogliono più essere sottomessi ai grandi rapinatori della finanza mondiale e al loro gendarme sionista che per sopravvivere si macchia sempre più spesso di crimini di guerra . Una fresca brezza di speranza spira per tutti gli uomini liberi.
di Federico Dal Cortivo
direttore italiasociale.org

 

 

Commenti  

 
0 #3 2010-02-08 12:05
A me pare che Dal Cortivo abbia proprio fatto centro. Il viaggio di Berlusconi in Israele è servito prima di tutto per ribadire la fedeltà dell'Italia alla politia atlantico-sionista, probabilmente adombrata di recente dalle troppe "scappatelle" politico-economiche che l'intraprendente premier italiano ha fatto verso i cosiddetti stati-canaglia. Inoppugnabili sono state le dichiarazione sulla questione palestinese rilasciate dallo stesso premier prima, durante e dopo il viaggio in Palestina. Vergognoso è stato il totale asservimento all'entità sionista e alla sua politica criminale. Ora vedrete che la quota pubblica dell'ENI, benché minoritaria, ancora in mano allo stato italiano finirà presto per passare sotto il controllo della finanza anglo-americana. E il gioco sarà fatto. Con buona pace del sacrificio del povero Mattei! Speriamo che l'Iran, col presidente Ahmadinejad, riesca a tenere duro contro la diabolica coalizione atlantico-sionista e gli utili idioti della UE. Saluti
Citazione
 
 
0 #2 2010-02-08 12:00
A me pare che Dal Cortivo abbia proprio fatto centro. Il viaggio di Berlusconi in Israele è servito prima di tutto per ribadire la fedeltà dell'Italia alla politia atlantico-sionista, probabilmente adombrata di recente dalle troppe "scappatelle" politico-economiche che l'intraprendente premier italiano ha fatto verso i cosiddetti stati-canaglia. Inoppugnabili a tal proprosito sono le dichiarazione sulla questione palestinese rilasciate dallo stesso prima, durante e dopo il viaggio in Palestina. Vergognoso è stato il totale asservimento all'entità sionista e alla sua politica criminale. Ora vedrete che la quota pubblica dell'ENI, benché minoritaria, ancora in mano allo stato italiano finirà presto per passare sotto il controllo della finanza anglo-americana. E il gioco sarà fatto. Con buona pace del sacrificio del povero Mattei! Speriamo che l'Iran con il presidente Ahmadinejad, riesca a tenere duro contro la diabolica coalizione atlantico-sionista e gli utili idioti della UE. Saluti
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+2 #1 2010-02-07 17:27
Umberto Scaroni non ha nessuna intenzione di fare la fine di Enrico Mattei, mi pare.
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