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Giovedì, 02 Luglio 2015 11:33

Fanatismo: il falso volto dell’Islam (1)

Nell'ormai lontanto 1979 il leader iraniano, l'Ayatollah Khomeini mise in guardia la gente dal fanatismo che lui chiamo' profeticamente "Islam americano". Nel 21esimo secolo diverse sigle del terrorismo internazionale, apparentemente di stampo islamico, hanno sconvolto il mondo con i loro attentati e sono emersi tantissimi legami tra queste organizzazioni e i servizi segreti Usa. La stessa setta che ha dato vita a fenomeni come l'Isis e al Qaeda, il Wahabismo, e' l'esito del ruolo storico dei servizi occidentali in Medioriente.Nel nuovo programma del suo palinsesto, intitolato "Fanatismo: il falso volto dell’Islam", Radio Italia IRIB vi presenta la realta' dei fatti su questo dramma che affligge in primo luogo i veri musulmani del mondo.
Il "wahabismo" deve il suo nome al teologo Muhammad ibn 'Abd al-Wahhāb Ibn Taymiyya al-Najdī ed e' profondamente ispirato dal suo pensiero. Egli nacque nel 1263 ad Harran, presso Damasco. Harran in quell'epoca fu un centro di incontro per gli interessati alla scuola "Hanbalista" fondata da Ahmad Ibn Hanbali, IX secolo a. c. all'interno del sunnismo.
Ibn Taymiyya apparteneva a una nota famiglia di teologi, che ormai da oltre un secolo furono i portabandiera della dottrina dell'hanbalismo e credevano quindi nel ritorno all'Islam delle origini e alle sue fonti originarie (Corano e Sunna), e si opponevano in modo radicale a qualunque forma di intromissione della ragione umana - ritenendola arbitrariamente soggettiva - nell'interpretazione delle due fonti primarie dell'Islam.
La nascita di Ibn Taymiyya coincise con un momento di grande agitazione politica e militare di quell'epoca per lo più causata dall'aggressione dei mongoli nei territori islamici. In quel periodo i mongoli occupando barbaramente gli stati islamici, distrussero migliaia di libri antichi degli studiosi musulmani.
Ibn Taymiyya rimase nella sua città natale fino a sei anni quando la sua famiglia, fuggendo dagli invasori mongoli che erano sul punto di impadronirsi di Harran, si rifugiò a Damasco, dove suo padre, lo shaykh 'AbdulHalim, assunse la direzione della madrasa Sukkariyya e cominciò il suo insegnamento nella moschea degli Omayyadi. Suo primo insegnante di fiqh fu proprio il padre, cui egli succedette in qualità di direttore della Sukkariyya.

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Ibn Taymiyya apprese a memoria il sacro Corano, interessandosi presto all'esegesi coranica. Aggiungendo i suoi sforzi personali a quelli dei suoi maestri, Ibn-e- Taymiyya poté acquisire una conoscenza completa di tutte le grandi opere della scuola hanbalita. A venti anni, Ibn Taymiyya cominciò ad emettere fatwa e ad insegnare. Quando morì suo padre, gli successe immediatamente e assunse le sue funzioni. Due anni più tardi cominciò ad insegnare esegesi coranica, ogni venerdì mattina, presso la Moschea degli Omayyadi. Nel 691 Ahmad Ibn Taymiyya lasciò Damasco e si recò nei Luoghi Santi per compiere l'Hajj. Le fatwa emesse da Ibn Taymiyya furono ben diverse dalle quattro principali scuole giuridico-religiose sunnite diffuse in quell'epoca e e da quelle sciite che a volte provocarono perfino dure polemiche nel mondo islamico. D'altra parte, Ibn Taymiyya si presentava come un seguace della dottrina Salafita. Il salafismo, letteralmente, significa «ritorno all'Islam degli antenati» e propugna il ritorno ad un Islam puro, quello riferibile ai primi anni dopo la morte del Profeta e identifica le prime tre generazioni di musulmani, i Ṣaḥābi, che vengono tutti considerati dai salafiti e dei modelli esemplari di virtù religiosa.
Questo dogma riconosce come fonte inderogabile del credo islamico solo il Kitab (ossia il Libro del Corano) e la tradizione (Sunna) regolarmente trasmessa dai cosiddetti 'pii predecessori' ossia la generazione dei Compagni del Profeta. In questa dottrina radicale la ragione dell'essere umano non contav niente. Essi prendevano infatti come unici punti di riferimento supremo il Corano ed il comportamento dei primi musulmani. Loro criticavano molto i pensieri di altre scuole islamiche e arrivavano a non considerare musulmani autentici quelli che non seguivano l'ideologia salafita.


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Per Ibn Taymiyya l'intelletto umano('aql) ed il suo potere di ragionare devono essere sottomessi alla rivelazione. Quando si dissertava attorno alla natura di Dio,sosteneva egli che un fedele dovesse credere in tutte le qualità che il Corano e la sunna attribuivano a Dio,senza interrogarsi circa la natura di essi.
Lui dichiarò dunque che Allah ha una Essenza. Ad esempio,credeva che quando nel Corano si affermava che Dio si sedette sul Trono, si innalzò sul Trono implicava - anche nel
caso di Dio - che vi fosse qualcosa sopra (Allah ) qualcosa sotto (il nostro mondo) e qualcosa in mezzo (il Trono). Questo atteggiamento, secondo Ibn Taymiyya doveva essere tenuto verso tutti gli attributi divini,compresa la facoltà visiva,quella uditiva e la tattile.
Ibn Taymiyya considerava inoltre il tawassul, cercare l'accesso presso Allah credendo e obbedendo al Suo Messaggero (as), a 'awliyâ' u-Llâh (i pii credenti) o nel domandare a questi ultimi, durante la loro vita terrena e anche dopo la morte, una cosa peggiore di una innovazione: cioè Shirk (politeismo).Quindi lui si opponeva fortemente al restauro e alla visita alle tombe in generale e a quelle dei santi in paticolare. Egli ritenne ancora Shirk la costruzione delle moschee vicino alla loro sepoltura. Ibn Taymiyya fu molto severo nell'attaccare i suoi oppositori
e li irritò con accese critiche e li apostrofava addirittura con brutti termini.
Alla fine Ibn Taymiyyah al Cairo fu sottoposto a causa delle sue false considerazioni riguardo alla questione degli attributi di Dio a un tribunale composto dalle massime autorità religiose sunnite con l'accusa di antropomorfismo. E fu condannato al carcere.
Dopo un anno di prigionia si decise di scarcerarlo. Ibn Taymiyyah tornò a Damasco. Lì fu imprigionato per altre due volte, per la stessa ragione. Egli continuava ancora a scrivere e emettere sentenza in prigione. Alla fine Ibn Taymiyyah morì rinchiuso nella cittadella di Damasco nel 1328 d.C.; i suoi pensieri non fecero altro che creare delle divergenze di opinione e tensione nel mondo islamico però gli ulema e studiosi islamici si mobilitarono subito contro i falsi pensieri di Ibn Taymiyyah e fornendo risposte logiche e ragionoveli ai dubbi nati dalle sue idee nella mente dei musulmani riuscirono ad alleviare e quasi frenare la tensione!
 

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