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Martedì, 22 Marzo 2016 07:04

Obama a Cuba: l’aggressione è fallita, inizia un lungo percorso

Obama a Cuba: l’aggressione è fallita, inizia un lungo percorso
Il 20 marzo Barack Obama ha messo piede a Cuba, primo Presidente Usa dopo 88 anni, una visita dal valore essenzialmente simbolico perché i nodi accumulatisi in 54 anni di aggressione all’Isola, semmai saranno sciolti del tutto, necessiteranno di molto più tempo.

 

Dal 1898, quando la strappò alla Spagna, e fino alla Rivoluzione Castrista, per Washington Cuba è stata solo un protettorato privo di qualsiasi sovranità propria: interventi militari a ripetizione; appropriazione dell’intero ciclo produttivo dello zucchero, di gran lunga il più importante del Paese; espropriazione della base di Guantanamo; trasformazione dell’Isola in una casa da gioco appaltata alla mafia; controllo totale della politica; il tutto in un quadro di incredibile corruzione e illegalità.

Con la Rivoluzione Castrista, che pose fine a quegli sconci, si aprì una nuova fase dei rapporti che, inevitabilmente, precipitarono in capo a un paio di anni: gli Usa considerarono inammissibile quella ribellione nel “cortile di casa”. In stretta successione ci furono la rottura delle relazioni diplomatiche, lo scellerato tentativo d’invasione della Baia dei Porci, le sanzioni economiche e l’espulsione, imposta da Washington, dall’Organizzazione degli Stati Americani.

Gli Usa pensavano di strangolare rapidamente quell’impudente esempio a 90 miglia dalle coste della Florida, ma, anno dopo anno, la Resistenza del Popolo cubano, la difesa dell’indipendenza e della sovranità, l’attaccamento ai principi, pur fra mille difficoltà ed enormi sacrifici, hanno tenuto in piedi la Rivoluzione.

È stata una prova durissima: in questi lunghi anni si calcola che Cuba da un canto abbia perso circa 120 Mld di dollari, dall’altro abbia sacrificato la sua crescita, malgrado, pur nelle difficilissime condizioni, abbia saputo creare sistemi d’istruzione e sanitari da esempio per l’intero Sud America (e non solo).

Ma gli anni sono passati e gli equilibri nel Continente sono mutati: Washington s’è resa conto del totale fallimento della sua aggressione, e che Cuba potrebbe essere anche un buon affare (si calcola un possibile interscambio immediato da 10 Mld all’anno, al netto del business che le aziende Usa potrebbero realizzare nell’Isola con il turismo, l’agricoltura e impiantandovi imprese grazie all’alta scolarizzazione dei cubani). D’altronde, L’Avana non è più considerata un pericoloso focolaio di destabilizzazione degli interessi americani, come si raccontava negli anni ’60.

Cuba, dal canto suo, sa bene che se vuole preservare la sua Rivoluzione, deve uscire dall’isolamento a cui è stata condannata e intraprendere quella via di sviluppo che sin’ora le è stata preclusa; e più che mai adesso, quando i Governi dell’asse bolivariano, o comunque critici dell’imperialismo Usa, sono in crisi (Argentina, Venezuela, Ecuador ed ora Brasile, sono tornati sotto l’ala di Washington o sono in grave difficoltà). È questo il momento di cogliere l’occasione, con la Rivoluzione ancora salda e capace di governare un passaggio epocale, rilanciando il socialismo, ridefinendo lo stato sociale e il modello economico.

Di qui l’inizio di una normalizzazione che, a parte gesti più o meno simbolici, sarà necessariamente lunga: al di là dei passi già fatti, che ci sono stati, il nocciolo è l’abrogazione delle sanzioni. Malgrado le dichiarazioni di Obama, che ha preso atto del fallimento del blocco economico, commerciale e finanziario imposto a Cuba, e malgrado pure sia arcinoto che il Governo cubano non abbia mai appoggiato il terrorismo, è irrealistico pensare che l’attuale Congresso dominato dai repubblicani tolga l’embargo prima delle prossime elezioni e dell’insediamento del nuovo Presidente.

Se si dovesse trattare di Hillary Clinton, come largamente previsto, spinta dalle lobby di Wall Street interessate al business che si potrebbe fare con l’Isola, è probabile che con il tempo ci si arrivi. Ma, appunto, occorrerà tempo per sanare le ferite profonde inferte a Cuba da 54 anni d’aggressioni. E serviranno lunghi e duri negoziati per impedire che l’Isola divenga una sorta di Disneyland caraibica soffocata e snaturata dal consumismo yankee; per questo Raul Castro ha voluto Papa Francesco per garante, e non è un caso che la prima visita a Cuba, Obama l’abbia fatta all’arcivescovo Ortega, il tessitore che, dietro le quinte, ha mediato la graduale normalizzazione.

Il 22 marzo, lasciando Cuba, Obama si recherà in Argentina per salutarvi il ritorno del dominio Usa grazie al successo di Macrì. È triste pensare che mentre una piccola isola è riuscita a resistere per tanto tempo, ed ora tratta da pari a pari, pur con mille cautele, col colosso dell’imperialismo, tanti altri Stati, assai più ricchi e dotati di risorse, stanno capitolando travolti da errori marchiani e gravi colpe di classi politiche inadeguate.

Ultima notazione: Cuba aveva pure tentato di rivolgersi alla Ue per spezzare il suo isolamento, e c’è stato anche un recente viaggio della Mogherini per la firma di un accordo di “dialogo politico e cooperazione”, ma, malgrado le occasioni di sviluppo fossero assai interessanti, in tanti anni più di qualche singola iniziativa non c’è stata. Figurarsi se l’Europa, succube e prona com’è a Washington, si sarebbe mai permessa d’allacciare rapporti seri nel “cortile di casa” del suo tutore.

di Salvo Ardizzone

Il Faro Sul Mondo

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