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Lunedì, 07 Marzo 2016 05:14

Italia è in default, manca solo il "certificato di decesso

Italia è in default,  manca solo il "certificato di decesso
L'Italia è in default: constatarlo non riguarda l’appartenenza alla sinistra, alla destra o al centro.

 

Magari manca ancora il "certificato di decesso", ma il dato è incontrovertibile. E non è neppure fondamentale disquisire sui presunti colpevoli . Tutti, dai rossi agli azzurri, dai verdi ai bianchi, dai neri agli arcobaleno, hanno sulla coscienza l'inesorabile dipartita di un Paese che costitutiva storicamente un centro nevralgico di diplomazia, cultura, scienza e finanza.

 La classe dirigente degli ultimi venticinque anni (composta anche da quei corpi intermedi che fanno l'ossatura del sistema Italia) presa dal suo amore per l'autoreferenzialità, il provincialismo, il nepotismo, la de-meritocrazia, il giacobinismo ha distrutto ciò che di buono avevano costruito le precedenti generazioni. E' stato un lavoro lento, ma inesorabile.

Se fosse stato svolto sotto pagamento di forze esterne o estere, potrebbe persino avere una sua ragione storica. In passato certamente è avvenuto e avviene anche oggi in alcune situazioni, come nel caso dell'UE. Ma il più viene fatto di propria iniziativa, col contributo di tanti singoli egoismi.

La notizia di questi giorni è che l'Italia è in deflazione: la riduzione dei prezzi comporta un problema di decrescita, c'è minore domanda e quindi minore produzione, il tutto porta a una riduzione del Pil e dell'occupazione e a un peggioramento del rapporto debito-Pil, con le antipatiche conseguenze che quest'ultimo dato ci regala per rispettare gli antisociali capestro parametri dei Trattati europei. Soprattutto il rallentamento della produzione e la percentuale di disoccupazione giovanile rappresentano un grosso campanello d'allarme. Eppure il Governo predica ottimismo: tutto va bene, siore e siori! Chi non la pensa così è bollato come gufo.

Senza l'iniezione di liquidità di Draghi, senza l'aumento di Pil derivante dalla riduzione del costo dei carburanti e dall'Expo, oggi si parlerà di un Paese in controtendenza rispetto alla media dei paesi UE e che dovrebbe mettere un segno meno davanti al suo Pil.

E qui si innesta la seconda questione, quella più drammatica. Se l'Italia è fallita, sono falliti anche gli italiani. La classe media precipita ormai verso il proletariato. I poveri sono sempre più poveri e i ricchi — ma quelli proprio ricchi — diventano ultraricchi, tutelandosi con Governi che pare facciano a gara per rimpinguare la loro pancia.

 La questione delle pensioni di reversibilità è emblematica: si ritocca il reddito ISEE per la sua assegnazione e quindi, di fatto, solo una piccolissima minoranza ne avrà beneficio, comprese le coppie dello stesso sesso che avranno acquisito un diritto solo sulla carta, anzi sulla carta igienica.

Oggi una famiglia di impiegati — se ha una casa — per accedere ai servizi base paga come se una di ricchi: è normale? è morale? è lecito? è accettabile? Eppure non si osservano segnali di vita dall'encefalogramma piatto della piazza. La gente brontola al bar, sui social e tutto finisce lì. Si reca sempre meno alle urne, questo è vero, ma ormai non è un segnale: infatti dai leader dei partiti agli opinionisti ci si affretta a dire che è normale, che avviene anche in altri Stati.

Poco importa se l'Italia, paragonati a loro, sia da Terzo Mondo per civiltà politica. La verità è che ci vorrebbe uno scossone, un pesante choc che riporti la classe dirigente a conoscere una parola che da tempo archiviata come demodé: responsabilità.

 

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