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Domenica, 03 Agosto 2014 13:11

La rete mondiale delle basi militari USA

Il controllo delle attività umane, economiche, sociali e politiche mondiali è assicurato sempre più dagli Stati Uniti d’America (USA) la cui volontà di dominazione si esprime in una strategia di continui interventi diretti e indiretti per orientare la gestione degli affari mondiali in funzione dei propri interessi.

Il Rapporto Globale 2000 pubblicato nel 1980 presentava lo stato del mondo con riferimento alle minacce che potrebbero pesare su questi interessi.

20 anni più tardi gli statunitensi, per giustificare, nel contesto della loro sicurezza, i loro interventi a tutte le latitudini, montano la più grande soperchieria che si possa immaginare, <<una guerra mondiale contro il terrorismo>> o, in altre parole, una guerra contro quelli o quelle che osano rifiutare di essere o diventare loro schiavi.

I quattro principali elementi della strategia di conquista e dominazione del mondo da parte degli statunitensi sono il controllo dell’economia mondiale e dei mercati finanziari, mettendo mano a tutte le risorse naturali (materie prime e risorse energetiche) cruciali per la crescita dei loro possessi e del loro potere per mezzo dell’attività delle corporations multinazionali, la messa sotto tutela dei 191 governi membri dell’ONU e, infine, la conquista, l’occupazione e la sorveglianza di questi elementi grazie a una rete di basi o d’installazioni militari che coprono l’insieme del Pianeta (continenti, oceani e spazio extra-atmosferico). Si tratta di un Impero del quale è molto difficile determinare la reale ampiezza.

E’ tuttavia possibile descriverne la configurazione generale a partire dalle informazioni rese pubbliche nei rapporti annuali presentati al Congresso statunitense sulle spese militari nazionali e la rete delle basi militari situate all’estero e anche in una serie di analisi della configurazione di questo insieme in molte regioni del mondo.

L’obiettivo di quest'articolo è di presentare una breve rassegna della rete mondiale delle basi militari possedute o controllate dagli USA, gli effettivi, le caratteristiche della distribuzione geografica di queste installazioni, i costi annuali del loro dispiegamento, gli elementi da esse sorvegliati e i progetti attuali d’espansione di questa rete. Esamineremo poi, in una seconda parte, il movimento mondiale di resistenza popolare a questo progetto. Analizzeremo invece in un altro articolo le reti di altre potenze nucleari quali quelle del regno Unito, della Francia e della Russia.

1.Le basi militari

Le basi militari sono dei luoghi d’addestramento, di preparazione e di stoccaggio degli equipaggiamenti di guerra delle forze armate nazionali nel mondo. Sono poco conosciute perchè visitarle è del tutto vietato al grande pubblico. Sebbene condividano varie configurazioni secondo le funzioni specifiche che sono chiamate a svolgere, possono essere classificate in quattro grandi categorie: Le basi aeree (Air Force) (foto 1 e 2), le basi terrestri (Army), le basi navali (Navy) e le basi di comunicazione e sorveglianza (Spy).

 

2. Più di 1000 basi o installazioni militari.

 

La maggior parte delle fonti d’informazione su questa questione (in particolare C. Johnson, il Comitato di sorveglianza della NATO, l’International Network per l’Abolizione delle Basi Militari Straniere, ecc.) rivelano che gli Stati Uniti possiedono o occupano tra 700 e 800 basi militari nel mondo.

 

Concepita da Hugh d’Andrade e realizzata da Bob Wing, la carta 1 intitolata <<U.S. Military Troops and bases around the worlsd>>, <<The costs of permanent war>> pubblicata nel 2002 permette di constatare la presenza di militari americani in 156 paesi, la loro presenza in basi statunitensi in 63 paesi, basi costruite di recente (dopo l’11 settembre 2001) in sette paesi per un totale di 255065 effettivi militari. Questa presenza, che si traduce in un totale di 845441 installazioni diverse, copre di fatto dei terreni per una superficie di circa 74 130 000 ettari. NDT: faccio notare una palese incongruenza nei numeri (ho tradotto gli acri in ettari) tra la frase precedente e la successiva.

 

Secondo Gelman, che si basa sui dati ufficiali del Pentagono del 2005, gli USA possiederebbero 737 basi all’estero. Con quelle del territorio metropolitano e dei loro territori le basi coprirebbero una superficie totale di 2 202 735 ettari, ciò che farebbe del Pentagono uno dei più grandi proprietari terrieri del pianeta (Gelman J. 2007).

 

I dati del Peace Pledge Information 2003 indicano che tra il 2001 e il 2003 la rete statunitense comprendeva 730 installazioni e basi in più di 50 paesi e comprendeva personale americano in dozzine di altri paesi (carta 2). Altre fonti menzionano che gli USA possedevano nel 2004 più di 750 basi ripartite su 130 paesi in tutti i continenti. Un gran numero di queste erano situate su isole. Secondo C. Johnson, l’Impero americano sarebbe proprietario o affittuario di più di 1000 basi all’estero (Johnson, 2007). In sostanza, le basi e le truppe statunitensi occupano e controllano la quasi totalità degli spazi terrestri e marittimi del pianeta. Alcuni paesi sembrano ancora sfuggire loro, come la Siria, l’Iran, la Corea del Nord, Cuba ed il Venezuela, senza dubbio una situazione che un Impero non potrebbe tollerare troppo a lungo.

La carta della Rete mondiale NO BASES (carta 3) rivela ciò che segue :

 •

Basi e operazioni situate in America del Nord, in qualche paese latinoamericano, in Europa occidentale, in Medio Oriente, in Asia centrale, in Indonesia, Nelle Filippine ed in Giappone

 

Basi dismesse

 

Nuovi siti selezionati

 

Basi di spionaggio

 

Basi di spionaggio satellitare

 

I paesi con basi americane

 

Basi la cui acquisizione è in corso di trattativa

 

Paesi senza basi americane

 

 

La superficie terrestre è strutturata come un vasto campo di battaglia

 

Queste basi o installazioni militari di varia natura sono ripartite su una griglia di comando divisa in cinque unità spaziali e quattro unità speciali (Unified Combattant Commands) (Carta 3). Ogni unità è posta sotto il comando di un generale. La superficie terrestre è quindi considerata come un vasto campo di battaglia che può essere sorvegliato o pattugliato costantemente a partire da queste basi.

 

I territori sotto comando sono (abbiamo conservato i nomi inglesi) il Northern Command (Peterson Air Force Base, Colorado), il Pacific Command (Honolulu, Hawaii),il Southern Command (Miami, Floride – Carte 5), il Central Command (MacDill Air Force Base, Floride), lo European Command (Stuttgart-Vaihingen, Allemagne), il Joint Forces Command (Norfolk, Virginie), lo Special Operations Command (MacDill Air Force Base, Floride), il Transportation Command (Scott Air Force Base, Illinois) e lo Strategic Command (Offutt Air Force Base, Nebraska).

 

La NATO in quanto alleanza militare e ormai anche politica, possiede la sua rete di basi, cioè 30 in totale che sono principalmente situate in Europa occidentale: Whiteman negli U.S.A., Fairford, Lakenheath e Mildenhall nel Regno Unito, Eindhoven in Olanda, Brüggen, Geilenkirchen, Landsberg, Ramstein, Spangdahlem, Rhein-Main in Germania, Istres e Avord in Francia, Morón de la Frontera e Rota in Spagna, Brescia, Vicenza, Piacenza, Aviano, Istrana, Trapani, Ancora, Pratica di Mare, Amendola, Sigonella, Gioia dell Colle, Grazzanise e Brindisi in Italia, Tirana in Albania, Incirlik in Turchia, Eskan Village in Arabia Saudita e Ali al Salem in Kuwait.

 

3. Un personale militare a tutte le latitudini

Secondo i dati dell’Enciclopedia libera Wikipedia (dati di febbraio 2007), il sistema di difesa metropolitano e mondiale USA (si stima in circa 6000 il totale delle installazioni militari negli USA) dispone di un personale di 1,4 milioni di persone di cui 1 168 195 negli Stati Uniti e nei territori d’oltremare. Secondo la stessa fonte ne impiegano 325 000 all’estero di cui 800 in Africa, 97000 in Asia (escluso Medio Oriente e Asia centrale), 40 258 in Corea del Sud, 40 045 in Giappone, 491 nella base di Diego Garcia nell’Oceano Indiano, 100 nelle Filippine, 196 a Singapore, 113 in Tailandia, 200 in Australia e 16601 sulle navi da guerra.

 

In Europa, si conta ancora la presenza di 116 000 militari americani di cui 75603 in Germania. In Asia centrale, circa 1000 militari sono di stanza alla base aerea di Ganci (Manas) in Kirgizistan e 38 sii trovano a Kritasanisi in Georgia, con la missione di assicurare l’addestramento dei soldati georgiani. In Medio Oriente, si contano 6000 militari di cui 3432 in Qatar e 1496 in Bahrein. In Occidente, al di fuori degli USA e dei loro territori, ne troviamo 700 a Guantanamo, 413 in Honduras e 147 in Canada.

 

 

La Carta 3 presenta il personale in servizio secondo una suddivisione in sette grandi insiemi. Il numero totale del personale della Difesa dislocato negli Stati Uniti e nei loro territori è di

 

1 139 034 militari. Nelle altre regioni dell’emisfero occidentale se ne contano 1825, in Europa 114 660, in Africa subsahariana 682, in Nordafrica, medio Oriente e Asia del Sud 4274, nell’Asia orientale, in ex – URSS 143 e nel Pacifico 89846.

 

4. I costi di gestione della rete mondiale

 

Le spese militari USA sono passate da 404 a 626 miliardi di dollari - valore equivalente dollaro 2007 – (dati del <<Center for Arms Control and non Proliferation di Washington>>) tra il 2001 ed il 2007 e dovrebbero superare i 640 miliardi nel 2008. (figura 1 e http://www.armscontrolcenter.org/archives/002244.php )

 

Corrispondevano nel 2008 al 3,7 % del PIL ed a $ 935,64 pro capite.

Secondo i dati della carta 1 (The Costs of «Permanent War and By the Numbers») il budget della Difesa proposto nel 2003 di 396 miliardi di dollari ha raggiunto nei fatti i 417.4 miliardi e corrispndeva già ad un aumento di quasi il 73% in rapporto a quello del 2000 che raggiungeva i 289 miliardi e più della metà del bilancio totale discrezionale degli Stati Uniti.

 

A partire dal 2003 queste spese vanno ad aggiungersi a quelle della guerra di occupazione dell’Iraq che raggiungono oggi (fine marzo 2007) un totale cumulato di 413 miliardi di dollari secondo il National Priorities Project.

 

Le stime dei bisogni del bilancio della Difesa che sono state presentate in marzo 2006 nel Libro verde della difesa corrispondevano alla somma totale di quasi 440 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2007. Il personale richiesto era di 1332300 militari e altri impiegati, ma va notato che questi dati non comprendevano i crediti necessari per la guerra mondiale contro il terrorismo. Si trattava quindi del bilancio normale.

 1.

Goldstein del Washington Post, in un articolo riguardante i fatti salienti del bilancio

 

 

nazionale del 2007 intitolato “2007 Budget Favors Defense” scriveva a questo proposito:

 

<<Nell’insieme, il bilancio dell’anno fiscale 2007 potrà avere l’effetto di realizzare i cambiamenti che l’Amministrazione s’era impegnata ad apportare nel corso degli ultimi cinque anni, sia di aumentare le capacità militari e di difesa contro le minacce terroristiche sul suolo degli Stati Uniti, riducendo per contro le spese in vari settori d’attività come quelli dell’educazione e del trasporto ferroviario>>.

 

5. Basi per il controllo delle risorse energetiche fossili

 

Gli USA hanno intrapreso, dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, una guerra globale contro il terrorismo, dapprima in Afghanistan, poi in Iraq e si accaniscono contro i paesi che non obbediscono fedelmente all’ordine che essi vogliono imporre all’insieme dell’umanità, in particolare l’Iran, la Siria, la Corea del Nord ed il Venezuela.

 

Sorvegliano strettamente i governi che non sono necessariamente favorevoli all’espansione della loro influenza sulle risorse dei loro territori. Sono particolarmente preoccupati dai movimenti di resistenza ai loro interventi in America del Sud, per questo il presidente Bush ha recentemente effettuato un viaggio-lampo in molti paesi come il Brasile, l’Uruguay, la Colombia, il Guatemala ed il Messico <<per promuovere la democrazia ed il commercio>>, ma soprattutto per tentare di neutralizzare questi movimenti e costruire un contrappeso sufficiente per frenarne l’espansione.

 

Similmente avviene in Asia Centrale. Secondo Iraklis Tsavdaridis, Segretario del Consiglio mondiale della Pace (WPC), la presenza delle basi militari degli USA non deve essere percepita come al servizio di obiettivi puramente militari. La basi servono a promuovere gli interessi economici e politici del capitalismo americano. Per esempio, le imprese e il governo statunitense hanno già manifestato un vivo interesse per costruire un corridoio di sicurezza per il petrolio ed il gas naturale dal bacino del Mar Caspio in Asia centrale passando per l’Afghanistan, il Pakistan ed il Mare Arabico (carta 6). Questa regione conterrebbe solo il 6% delle riserve di petrolio conosciute e il 40% delle riserve di gas. La guerra d’occupazione in Afghanistan e la costruzione di basi militari USA in Asia Centrale sono considerate come un’occasione propizia per fare di questo oleodotto/gasdotto una realtà.

 

Gli USA sono in guerra in Afghanistan ed in Iraq per questa ragione fondamentale e vogliono perseguire queste operazioni fino al raggiungimento dei loro obiettivi. Secondo Wikipedia, le truppe americane dispiegate in questi paesi raggiungono quasi i 190 000 militari. L’Operazione “Enduring Freedom”, solo in Iraq è condotta con quasi 200 000 effettivi includendo i 26000 soldati di altre nazioni che partecipano alla “missione”. Circa 20 000 soldati potrebbero aggiungersi agli altri contingenti nei prossimi mesi. In Afghanistan si conta la presenza di 25 000 militari in totale (carte 5 e 6).

 

6. Basi militari per il controllo delle risorse rinnovabili strategiche

 

Secondo la lista elaborata dalla libera enciclopadia Wikipedia, le basi militari USA all’estero, eredità della guerra fredda, erano situate principalmente in Europa Occidentale, precisamente 26 in Germania, otto in Gran Bretagna e otto in Italia. A queste basi andavano aggiunte nove installazioni in Giappone.

 

Nel corso degli ultimi anni, nel contesto della guerra contro il « terrore » gli USA hanno iniziato la costruzione di 14 nuove basi intorno al Golfo Persico ed un piano di costruzione o potenziamento di 20 basi (106 installazioni in totale) in Iraq per una spesa complessiva di 1100 miliardi di dollari solo in questo paese (Varea 2007) e l’utilizzo di una decina di basi in Asia Centrale. Hanno inoltre intrapreso o proseguito dei negoziati con diversi paesi per installare, acquisire, ingrandire o affittare altre basi, principalmente con Marocco, Algeria, Repubblica del Mali, Ghana (Ghana Web, 2006), Brasile, Australia (Nicholson B. 2007), Polonia, repubblica Ceca (Traynor I. 2007), Uzbekistan, Tagikistan. Kirghizistan, Italia (Jucca L. 2007) e Francia con un accordo per installarsi a Gibuti (Manfredi E. 2007).

 

Tutti questi passi si inscrivono nella prospettiva di mettere in campo una serie di basi in un corridoio Est-Ovest tra la Colombia, il Maghreb, il Vicino Oriente, l’Asia Centrale fino alle Filippine che gli Stati Uniti hanno chiamato « arco d’instabilità » (Johnosn C. 2004) così da assicurare un accesso facile e permanente alle risorse idriche e biologiche di grande valore come quelle del bacino amazzonico (Delgado Jara D. 2006 e carte 9 e 10).

 

7. I movimenti di resistenza

 

Sull’esempio dell’opposizione tradizionale organizzata e condotta dalle organizzazioni pacifiste e anti-guerra nel mondo nel corso degli ultimi 40 anni, la ridefinizione della rete delle basi militari americane imposta da un ridispiegamento delle forze armate in funzione della localizzazione delle risorse strategiche tradizionali e delle risorse rinnovabili di grande valore, suscita numerose manifestazioni d’opposizione e resistenza. Si è potuto osservare recentemente in Spagna, Ecuador, in Italia, in Paraguay, in Uzbekistan, in Bulgaria e in numerosi altri Paesi. Queste manifestazioni si sono aggiunte ai movimenti di resistenza di vecchia data sviluppatisi in Corea del Sud, a Porto Rico, a Guam, nelle Filippine, a Cuba, In Europa, in Giappone e altrove.

 

Un movimento mondiale di resistenza alla presenza delle basi militari all’estero è nato e si è sviluppato nel corso degli ultimi anni. Si tratta di NO BASES o della Rete Internazionale per l’abolizione delle basi militari straniere. Questa rete ha l’obiettivo di perseguire il processo di disarmo e smilitarizzazione del pianeta e soprattutto quello di smantellare le basi militari straniere. Esso raggruppa le organizzazioni che perseguono la pace tramite la democrazia partecipativa e la giustizia sociale. La Rete No Bases organizza campagne d'educazione e di sensibilizzazione del pubblico mobilitando in tal senso le forze vive della società civile. Si occupa anche dei lavori di riconversione dei siti militari abbandonati, come nel caso, soprattutto, dell’Europa Occidentale. Fino al 2004, queste campagne hanno avuto soprattutto una portata locale e nazionale. La Rete permetterà ormai di estendersi su scala globale perchè, come sottolinea la Rete stessa, “è molto importante sviluppare legami più forti e stretti tra le campagne di impatto locale e quelle che mobilitano un paese intero o quelle che possono avere una portata mondiale. I gruppi locali sparsi per il mondo possono ispirarsi e trarre benefici condividendo l’informazione, le esperienze e le strategie. La Rete aggiunge: “Il fatto di prendere coscienza di non essere soli nella lotta contro le basi straniere è un fattore che rinforza e motiva gli attori. Le attività e le campagne coordinate a livello mondiale permettono di fare conoscere maggiormente la portata e l’importanza della resistenza alla presenza militare nel mondo. Nella congiuntura attuale ove si assiste ad un processo accelerato di militarizzazione e di ricorso alla forza nel mondo, si prova un bisogno urgente e pressante di stabilire e rinforzare la rete internazionale dei militanti, delle organizzazioni e dei movimenti che pongono una particolare attenzione alla presenza militare straniera e che operano per ristabilire un sistema di giustizia e di pace”.

 

Per la Rete, le guerre in Afghanistan e in Iraq e l’accresciuta sorveglianza sui governi e le attività della società civile da parte degli USA rappresentano un momento favorevole al rafforzamento dei movimenti di resistenza : « In occasione di un incontro internazionale anti-guerra tenuto a Giakarta nel maggio 2003, qualche settimana dopo l’inizio dell’invasione dell’Iraq, una campagna globale contro le basi militari è stata proposta come un’azione prioritaria per i movimenti globali anti-guerra, di giustizia e solidarietà.

 

Da allora, questa campagna è cresciuta. E’ stata varata una lista di e-mail ( Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.   e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ) che permette la diffusione delle esperienze dei membri del movimento e lo scambio di informazioni e discussioni. Questa lista al momento è formata da 300 persone e organizzazioni provenienti da 48 paesi.

 

Un sito Internet permette altresì di informare adeguatamente l’insieme degli aderenti alla Rete. Varie rubriche forniscono informazioni preziose sulle attività che si svolgono un po’ dappertutto nel mondo.

 

La Rete è sempre più attiva e partecipa così ai Forum sociali continentali o mondiali e organizza conferenze e colloqui. Ha partecipato al Forum Sociale europeo a Parigi nel 2003 e a Londra nel 2004, al Forum sociale delle Americhe in Ecuador nel 2004 e a quello del Mediterraneo in Spagna nel 2005. Uno dei più grandi raduni si è tenuto a Mumbai, in India, nel 2004 nell'ambito del Forum sociale mondiale. Più di 125 partecipanti provenienti da 34 paesi hanno posto le fondamenta di una campagna mondiale coordinata. Sono state stabilite alcune priorità d’azione come quella di stabilire un giorno fisso per un'azione globale mirata a sottolineare la posta in gioco nella presenza delle basi militari all’estero. Infine, è importante menzionare che la Rete ha tenuto quattro sessioni di discussione al Forum sociale di Porto Alegre nel 2005 di cui una imperniata sulle attività di finanziamento della Rete.

 

Conviene ricordare che la Rete si inserisce nettamente nel movimento pacifista globale. Ha permesso di far capire maggiormente a questo movimento l’importanza della problematica della presenza delle basi militari all’estero e quanto sia cruciale che gli organismi di pace e giustizia rivolgano una più grande attenzione a questo tema.

 

La pertinenza del dibattito riguardante le basi militari all’estero non ha più bisogno di essere dimostrata. Le funzioni attribuite alla base di Guantanamo che sfuggono al controllo del diritto internazionale, la posta in gioco attorno ai progetti di espansione e potenza militare USA in Medio Oriente e Asia Centrale, la viva opposizione popolare alle mire americane nella regione andina in Sud America (carta 11) così come quella che si osserva in Giappone intorno alle basi di Henoko e Okinawa ecc. ci interrogano ed esigono un’azione globale concertata contro questa occupazione facente parte del concetto di “Permanent War”.

 

La conferenza internazionale di Quito e di Manta, Ecuador, marzo 2007

 

Una conferenza mondiale della rete per l’abolizione delle basi militari straniere si è tenuta a Quito e a Manta, Ecuador, dal 5 al 9 marzo 2007. La conferenza aveva come obiettivo di sottolineare gli impatti politici, sociali , ambientali ed economici delle basi militari straniere e di far conoscere i princìpi dei movimenti anti-basi e costruire formalmente la rete, le sue strategie, struttura e piani d’azione.

 

Gli obiettivi principali della conferenza furono :

 •

Analizzare il ruolo delle basi militari straniere e delle altre forme di presenza militare nella strategia di dominazione globale e i loro impatti sulla popolazione e l’ambiente;

 

Condividere esperienze di solidarietà con le lotte di resistenza contro le basi militari straniere nel mondo;

 

Raggiungere un consenso su dei meccanismi di obiettivi, di piani d’azione, di coordinamento, di comunicazione e di presa di decisione per una rete globale per l’abolizione di tutte le basi militari straniere e delle altre forme di presenza militare;

 

Stabilire delle lotte e dei piani d'azione globale che rinforzino le lotte dei popoli dei vari paesi e assicurino il loro coordinamento su scala internazionale.

 

 

Conclusione

 

Questo articolo ha permesso di constatare quanto l’influenza della potenza militare degli Stati Uniti nel mondo è considerevole e non cessa di aumentare. Gli statunitensi considerano la superficie terrestre come un terreno di conquista, da occupare e sfruttare. La divisione del mondo in unità di combattimento e di comando illustra molto bene questa realtà. In tale contesto, ci sembra che l’umanità si trovi controllata o per meglio dire legata a delle catene le cui maglie sono costituite dalle basi militari.

 

Il processo di ridispiegamento delle installazioni militari in corso deve essere analizzato in modo minuzioso se si vogliono capire le strategie d'intervento di Washington in ogni regione del mondo. Questo processo è compiuto per mezzo della forza, della violenza armata, dell’intervento mediato da accordi di “cooperazione” in cui le velleità di conquista sono continuamente riaffermate nel disegno delle pratiche di commercio e degli scambi. Lo sviluppo economico è assicurato dalla militarizzazione così come dal controllo dei governi e delle società e immense risorse sono sacrificate per permettere tale controllo nella maggior parte delle regioni dotate di ricchezze strategiche per consolidare le basi dell’Impero.

 

La creazione della Rete internazionale per l’abolizione delle basi militari straniere costituisce un mezzo straordinario per lottare contro il processo di militarizzazione del Pianeta. Questa Rete è indispensabile ed il suo sviluppo non potrà realizzarsi senza una adesione o un impegno di tutti i popoli del mondo. Mobilitarli sarà estremamente difficile, ma i legami creati da questa rete saranno favorevoli allo sviluppo di lotte concertate su scala mondiale.

 

In conclusione, conviene rivedere i termini della Dichiarazione finale della seconda conferenza internazionale contro le basi militari straniere che si è tenuta all’Avana nel novembre 2005, dichiarazione formulata dai delegati di 22 paesi. Questa definisce gli impegni principali che riguardano il futuro dell’umanità e rappresenta un appello alla solidarietà internazionale per il disarmo e la pace.

 

Jules Dufour, 9 aprile 2007

 

JulesDufour, Ph. D. è presidente dell’associazione canadese per le Nazioni Unite (ACNU) / Sezione Saguenay-Lac-Saint-Jean, membro del Circolo Internazionale degli Ambasciatori della Pace, membro del Consiglio Nazionale di Sviluppo & Pace.

Fpnte: testelibere.it

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